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Unidentified Flying Object in S.Siro: Muse@Stadio di S.Siro (MI) 08/06/10

muse_live0210Lo stadio di S.Siro è un tempio pagano in cui il calcio e lo spettacolo celebrano i propri differenti riti. Raccolto ed enorme allo stesso tempo, lo stadio di Milano è l’unico luogo capace di ospitare un concerto di questo genere, per il quale si è voluto più che mai dare risalto ai numeri.
L’entrata in scena dei Muse è prevista alle 21.25 ma già da alcune ore la musica live si è riversata sul pubblico come in uno dei più classici festival estivi: tocca agli italianissimi Calibro35 aprire con la loro sonorità figlia dei film thriller polizieschi anni ’70 ed ’80  seguono poi i Friendly Fires e gli inglesi Kasabian. Tutti i gruppi riescono a coinvolgere il pubblico che pian piano affluisce e prende posto per assistere allo spettacolo del trio capitanato da Matthew Bellamy.

Il cielo si è fatto buio e l’effetto scenico è ancora più impressionante: con svizzera precisione lo spettacolo dei Muse ha inizio. Una folla manifestante con bandiere e striscioni attraversa lo spazio che divide il pubblico dal palco. I colori dei manifestanti sono il rosso, il nero ed il bianco, come nella trasposizione cinematografica del 1984 di Orwell. Il clima si fa incandescente e la band appare sul palco.
Eleganti e di bianco vestiti, i Muse aprono il proprio concerto con il ritmo di Uprising e Supermassive black hole prima di scatenare il delirio dei fan storici con le inconfondibili note di New born. E’ impressionante sentire lo stadio rispondere alla band come un corpo unico: le urla e gli applausi di sessantamila persone sono una sola voce tonante ed entusiasta della musica e dello spettacolo visivo.
Il pubblico di S.Siro è vario nell’età, ma non solo: gli appassionati che seguono la band dagli esordi sono sparsi in mezzo a tanti fan “dell’ultima ora” frutto delle rotazioni televisive, delle promozioni via web e della ormai risaputa potenza scenica dei live. Di fronte ad essi, dove siamo soliti vedere il verde prato, svetta una vera e propria costruzione grigia, enorme e spigolosa, simile ad un edificio visto da uno dei suoi angoli; sulla sua sommità trova posto lo scheletro metallico di una grande sfera. Con un sapiente gioco prospettico che inganna l’occhio aumentandone la profondità; all’interno della struttura è ricavato il palco. Le pareti della struttura che sovrasta il palco sono completamente rivestite dalle proiezioni dei video in presa diretta e da splendidi giochi grafici che mutano i corpi dei tre musicisti. Scritte, loghi, distorsioni, proiezioni che creano effetti tridimensionali in continuo movimento e tanti colori: questa è la magia delle luci che impreziosiscono il concerto di S.Siro, a differenza del massiccio uso dei laser che caratterizzavano invece le date nei palazzetti.
Il concerto continua con i brani dell’ultimo album The Resistance e con la recentissima Neutron Star Collision (Love Is Forever), parte nella colonna sonora del secondo capitolo della saga cinematografica di Twilight. Accolto dal pubblico tiepidamente, dal vivo il brano dimostra di funzionare pur non nascondendo la sua natura palesemente pop e commerciale; fortunatamente però, non sono stati esclusi brani che hanno fatto la storia dei Muse, come Hysteria, Feeling Good e Unintended. Queste ultime due, in particolare, nella grazia e nella delicatezza che le contraddistinguono, sono riuscite a toccare l’apice emozionale della serata. Il ritmo e l’elegante potenza dei suoni sono comunque protagonisti nella maggior parte di brani, come MK Ultra, Unnatural Selection e Stockholm Syndrome, nei quali tutta la fisicità della musica è esternata da un Matthew Bellamy spesso inginocchiato a terra con la chitarra rovente tra le mani. L’ultimo singolo della band, Undisclosed Desire, porta tutti e tre i musicisti su un piccolo prolungamento del palco che dopo un attimo si rivela essere una piattaforma elevatrice che innalza la band/divinità sopra il pubblico adorante. La tastiera (suonata dall’aggiunto Morgan Nicholls) e la batteria di Dominique Howard infiammano il pubblico sulle note di The Resistance. Il brano, nella sua perfetta miscela di pop e rock, sembra essere fatto apposta per essere cantato in coro da questo magnifico stadio. La tensione si mantiene altissima: uno dietro l’altro si infilano i successi più popolari della band come Starlight e Time is running out. Le sorprese però non sono finite: durante la prima sinfonia della serie di Exogenesis un disco volante di grandi dimensioni appare da dietro il palco. Argenteo e scintillante, si libera in volo sopra le teste del pubblico che affolla i posti nel prato. Come un pallone aerostatico vola con leggerezza fin quando non si scorge calare da esso una donna appesa a delle funi. Quasi fosse un gentile alieno, l’acrobata danza aggraziata nel vuoto avvicinandosi alle teste del pubblico, permettendo alle persone di sentirsi ancor di più parte integrante di uno spettacolo stimolante in tutti i modi possibili. A chiosa della serata, l’immancabile Plug in baby e la conclusiva Knights of Cydonia, anticipata da una morriconiana armonica suonata dal bassista Christopher Wolstenholme.
Il concerto è concluso, ma il pubblico ne vorrebbe ancora pur sapendo benissimo che gli orari sono tassativi e i calorosi saluti di Bellamy ed Howard sono definitivi.
I Muse anche in Italia sono stati battezzati alla prova dello “stadio” con una performance live del tutto spettacolare. Musicalmente non si sono notate particolari sbavature, se non talvolta nella voce. Fondamentale e co-protagonista della musica dei Muse, la batteria di Howard è stata impeccabile mentre il basso di Wolstenholme ha fatto il suo lavoro come sempre, in maniera discreta ed algida, seppur ineccepibile. La band ha mostrato nuovamente la capacità di spaziare nei generi e riuscire a districarsi perfettamente in tutte le fasi che hanno caratterizzato la propria musica: nonostante le differenze stilistiche attuali, brani come Unintended e New Born continuano a vivere dell’energia originaria, seppur affiancata da nuovi colori e  soluzioni più articolate, sinfoniche e pop.
Riuscitissima, anche se un po’ discutibile, la scelta di interpretare con l’amico Nic Cester, cantante dei Jet, il famosissimo brano dei AC/DC Back in Black. Lo stadio è completamente impazzito di adrenalina rock, ma tra le migliaia di canzoni che la band inglese poteva reinterpretare, la scelta è stata un po’ troppo facile e soprattutto l’esecuzione è stata fin troppo fedele all’originale. Le improvvisazioni hanno dato vita anche ad altre citazioni: abbozzi di The house of the rising sun (Animals) e di Heartbreaker (Led Zeppelin) hanno fatto da intro ad alcuni brani. La scenografia arricchita da grandi palloni bianchi appostati sugli spalti alle spalle del pubblico, rimandavano ai “rover” del telefilm The Prisoners degli anni ’60-’70. Morbide sfere fluttuanti non sono altro che futuristiche armi capaci di inseguire i prigionieri ed addirittura ingoiarseli per riportarli nel luogo di prigionia in cui gli uomini sono costretti ad un programma di controllo della mente e manipolazione onirica.
Affascinanti ed evocative, le due ore di concerto sono state uno spettacolo di altissimo livello anche se, come quasi sempre a seguito dei live dei Muse, viene da chiedersi se la scenografia non sia stata addirittura eccessiva. Sarebbe bello un giorno poter ri-vedere la band esprimersi su un piccolo scarno palco, senza un esercito di ingegneri del suono e dell’illuminazione al proprio seguito. Sarebbe bello e, diversamente da quanto molti pensano, credo riuscirebbero ancora a cavarsela egregiamente, con l’intima e viscerale emozione di un tempo che ora, nel bene e nel male, si è largamente massificata.
muse_live0110Usciti dallo stadio tutti quanti sono soddisfatti, e i sessantamila si riversano nelle strade, nella metro e nelle proprie auto. Lo spettacolo è stato grandioso, il prezzo del biglietto caro per un concerto, ma onesto per la dimensione “festival” che ha assunto l’intero evento; in realtà, però, esiste un secondo prezzo che si paga con altra moneta. Chissà quando gli organizzatori di eventi capiranno che sventolare dati come 1500KW di potenza elettrica consumata e lo spostamento di 60 tra camion e tour bus di per sé sono dati vergognosi che dovrebbero risuonare come pubblicità negativa. Per la grande industria musicale, intraprendere campagne di risparmio energetico, promuovere il carpooling e bilanciare i propri enormi consumi con sane pratiche ecologiche dovrebbe essere un gesto dovuto. Ecco, sarebbe magnifico che in questa guerra di esorbitanti cifre in lotta per il successo contro gli U2, anche i Muse, come ad esempio i Radiohead, sposassero la causa ecologica. Questo permetterebbe anche alla band di evitare di essere confusi tra i tanti che, una volta raggiunto il successo, pensano solo a tuffarsi nell’oro come Paperon De Paperoni. (Foto di Roberta Accettulli)

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