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Un volo ad alta quota: Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra @ LocomotivClub (BO) 08/04/10

thee-silver-mt-zion-memorial-orchestra_liveE’ ormai notte di neonata primavera a Bologna. Il tiepido sole di Aprile è tramontato già da molto tempo, lasciando nel buio un’insolita aria pulita e fresca. Gli alberi del parco del Dopo Lavoro Ferroviario accolgono con silenzio lo spettacolo che presto andrà in scena. Ufficialmente si tratta di un concerto rock, ma tutte le persone che sono in attesa dell’inizio, dentro e fuori il locale sanno che il vero spettacolo sarà interiore.
Il Locomotiv di Bologna ospita nel contesto della ricca rassegna ExpressFestival una delle sei date italiane dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, band che si può definire di “culto” in quanto evoluzione (o distaccamento) dei mitici Godspeed You Black Emperor!, alfieri di un post-rock figlio del progressive e degli strumenti classici.
Nei Silver Mt. Zion il clima musicale è meno claustrofobico, capace di aperture melodiche quasi pop, ma la band canadese può godere soprattutto di un importante apporto vocale: un canto tanto presente quanto imperfetto, viscerale e quindi magnifico.

La voce di Efrim Menuck è urlata, sussurrata, deliziosa e sofferta. La voce di un “non-cantante”, il canto di un’anima più che di un insieme di gola, corde vocali, lingua e bocca. Il suono nasce più a fondo, probabilmente dentro ad ogni persona presente nel pubblico, ed Efrim è il terminale di questa incapace esternazione.
I cinque giovani che ho davanti sono come un’installazione d’arte moderna di una mostra itinerante. L’opera non bussa sullo schermo della televisione, e se la vuoi vedere devi andare nel museo di turno. La guardi, la osservi, ti emozioni, spesso senza capire il perchè. Ti accorgi che il cuore ti scoppia dentro, quell’opera la senti attraversarti il corpo; pur accorgendoti di non avere capito nulla di ciò che hai di fronte, hai come l’impressione che lei stessa abbia capito te. Così, come certa arte moderna che scavalca gli stilemi le definizioni artistiche, pure i Silver Mt. Zion escono dagli schemi precostituiti della canzone di musica leggera o composizione classica, non hanno bisogno di ritornelli orecchiabili e fuggono dal rock. Ma in questa fuga dall’ordine, trovano la magia che li contraddistingue.
Cinque musicisti dai volti sereni suonano per due ore piene brani di rock che alcuni definiscono “da camera”. L’uso di strumenti classici e la completa destrutturazione della canzone che si evolve in vere e proprie suite fanno sì che un live della band sia un’esperienza unica e completa, in cui il tempo perde il suo significato (se non quello decisamente amaro dell’ultima nota in coda all’ultimo brano).
Tutto parte con la potenza di I Built Myself A Metal Bird per concludersi con la dolcezza infinita di There is a light, tratti dall’ultimo disco di recente uscita, Kollaps Tradixionales. Si parte dal rock feroce, abrasivo ed ossessivo per finire con la magnifica sintesi di blues, gospel e post-rock. Violini soffici ed incandescenti, un contrabbasso preciso e profondo, batteria folle ma domata: questi sono i semplici ingredienti, quelli decifrabili con vista ed udito.
Il clima è molto informale, rilassato, tanto che il pubblico ne approfitta per fare domande, in cerca ognuno delle proprie risposte: la curiosità fa da padrona, insieme alla speranza di buoni consigli, in un potente rapporto di fiducia fan-artista; e tra chi chiede se un giorno i Godspeed si riuniranno, c’è chi chiede consigli per una buona lettura, o addirittura domanda al cantante chitarrista se crede in Dio. La risposta è la più semplice, la più banale, la più bella: “No. I believe in people”.
E così si può risalire in macchina per tornare a casa, in qualche modo più leggeri ma stanchi. Mi sento affaticato alla fine del concerto. Le enormi salite e le picchiate strumentali, l’intensità che toglie il fiato, le virate rapide di ritmo: durante i momenti di maggiore tensione musicale, non era difficile riuscire ad immaginare che dal braccio di Efrim e dalla schiena di Joss gli uccelli tatuati potessero prendere corpo e spiccare realmente in volo. Non era poi difficile immedesimarsi in loro e sentirsi ad alta quota, sostenuti solo dalla musica. (Si ringrazia per la collaborazione Michele Orvieti; Lost Gallery)

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