Home / Editoriali / La radicalità del quotidiano: intervista ai BON.NOT

La radicalità del quotidiano: intervista ai BON.NOT

bonnot_inter01In quel di Roma vive ed opera un collettivo nato dall’esperienza musicale aperto a tutte le arti, specialmente teatro e video-art. Il collettivo AKR ruota intorno al progetto musicale dei BON.NOT, un duo elettro-acustico che ha alle spalle due ep, ultimo di questi E intanto fuori piove, dove è possibile ritrovare un clima intimo ed anomalo per la musica italiana. L’accostamento dell’algido suono elettronico al calore degli strumenti acustici riesce a scavare nella poesia celata in ogni animo umano, e per conoscere meglio il progetto poniamo qualche domanda direttamente a loro. Riccardo Cocozza e Domenico Catano ci parlano della nascita dei BON.NOT, della loro direzione, e del carburante nobile che li spinge avanti. (Le migliori intenzioni è in streaming autorizzato).

“Non voglio insegnare a pensare / ma invitare a fermarsi e considerare […] le poche inclinazioni alla veglia”. Da qui vorrei partire, da questi versi tratti dal testo de Le migliori intenzioni. Suona come un’umile esortazione. A chi vi rivolgete? Riccardo: I versi in questione, ed il testo tutto, sono un’esortazione inizialmente personale determinata da una forte necessità di intervento sulla mia vita. Ovviamente è divenuta immediatamente una cosa da dire guardando negli occhi chiunque. Il brano parla in particolare della difficoltà che si vivono quando si vuol dare una direzione radicale alla propria vita, e non parlo di un fantomatico “cambiamento”, ma di una quotidianità fatta di scelte. È un pensiero che mi perseguita mentre osservo quello che ho intorno e chi ho intorno, mentre mi guardo le mani e mi chiedo ogni giorno cosa sto facendo e come lo sto facendo.

I Bon.not nascono in quel di Roma dall’esperienza dei Les temps reviens e il lavoro all’interno del Collettivo AKR. Raccontateci di queste esperienze per capire meglio da dove venite. Riccardo: I BON.NOT sono l’embrione dal quale è nato il Collettivo. Prima dei BON.NOT c’erano i L.T.R. e prima ancora ce ne erano altri con altri nomi: poi qualcuno è andato in giro per il mondo mentre altri hanno portato avanti i progetti musicali. Rimane quindi un lunghissimo filo conduttore, rimangono gli amici e le bevute insieme; come rimangono anche delle canzoni in particolare, che ci portiamo dietro ormai da più di dieci anni, con vesti sempre diverse. Il collettivo è nato  dalla necessità di parlare con tutti i linguaggi possibili, aiutato dal fatto che alcuni di “noi” avessero dimestichezza con tecnologie o pratiche non prettamente musicali. La multimedialità è poi una scelta inevitabile in una fase ipercomunicativa come questa: non volevamo subire passivamente input di dubbia provenienza, né demonizzare la comunicazione: proviamo a produrne di nostra…non è il mezzo ad essere sbagliato, ma spesso lo è l’uso che se ne fa. Domenico: Credo sia per noi possibile non parlare della pluralità delle esperienze, ma di un unico percorso articolato di volta in volta in diverse direzioni. Le direzioni ce l’hanno naturalmente offerte le persone che in questi anni sono entrate in questo progetto assieme a noi.

L’accostamento tra strumenti acustici e quelli elettronici non è di certo una novità, ma nel vostro E intanto fuori piove c’è un’atmosfera fresca, che sa di nuovo. Per voi cosa significa l’elettronica e la tecnologia? Riccardo: L’aria nuova, e spero pulita, che senti è probabilmente la ricerca di un suono nostro, che va avanti da ormai più di dieci anni. L’elettronica l’abbiamo incontrata a metà anni 90, da lì è nato l’amore per il glitch. Abbiamo approfondito il discorso con studi di fonia e anni di campionamenti. Questo coincide con la diffusione di pratiche di autoproduzione sempre più numerose, a costi irrisori rispetto al passato. A noi ciò non ha fatto altro che piacere, poiché ha contribuito, e contribuisce tuttora, a rendere di nuovo orizzontale il settore musicale. La scelta del free-download fa parte del gioco: ora che abbiamo tutti gli stessi mezzi di produzione, ora che tutti, se vogliono, possono produrre del materiale, in ballo rimane solo la qualità. Domenico: La sfida che si cerca di giocare nel territorio dell’auto-organizzazione è proprio quella di sfuggire a pratiche economiche vili e consolidate, scegliendo anche di regalare. Ed è proprio della “scelta” che a volte risulta importante essere promotori. Tutto questo sicuramente lo ritroviamo anche nella nostra creatività. O quanto meno siamo facilitati.

bonnot_inter02Leggendo comunicati, biografie e vostre presentazione sui vari Virb, MySpace e sul sito del Collettivo AKR ed ascoltando il vostro disco, mi pare di capire che sia una vostra volontà precisa raccogliere a piene mani il bello e la poesia “dal passato”, ed adagiarli con cura nella più moderna attualità. La mia è un’impressione errata? Riccardo: Non so quanto abbiamo attinto dal passato, sicuramente abbiamo divorato moltissima musica e molto cinema; nei nostri lavori teatrali poi il meccanismo è ancora più semplice. Ma se per poesia del passato intendi anche memoria storica e orizzonti di lotta, allora la risposta è: sì. Attingiamo costantemente da quel che la storia ci insegna e ricorda, e non è la storia dei libri, piuttosto quella che tutti conoscono ma che non si può raccontare, o quella più scomoda.

I vostri brani hanno una preponderante componente cantautorale e poetica: il messaggio è quindi fondante e necessario per voi? Come nasce un brano dei Bon.not? Riccardo: Il messaggio è fondamentale, ma arriva per ultimo. Un brano nasce da un campionamento o una base o un giro di accordi, come nelle migliori famiglie, poi inizia una fase di produzione che consiste nel mettere molta carne al fuoco, che successivamente verrà tolta. In questa fase dovrebbe arrivare il testo, ma faccio sempre un po’ fatica, e gli altri si incazzano. Esempio né sia il fatto che praticamente abbiamo un altro Ep nel cassetto con brani di cui mancano inizio o fine perché in attesa di un testo degno…

Come si configurano i vostri live? La vostra è una musica che ben si adatta anche alle arti figurative, soprattutto ai video. Così come i Bon.not sonorizzano spettacoli teatrali e video, avete provato l’esperienza inversa? Riccardo: Siamo un po’ pigri e stiamo aspettando la giusta suggestione che ci porti alla produzione di uno spettacolo video per i nostri live. Se qualcuno ne avesse saremmo ben lieti di accoglierla: siamo sempre pronti ad uscire da qualsivoglia forma di autarchia. Domenico: Naturalmente ci si pensa spesso, ma a volte bisogna indirizzare le proprie energie. A volte per noi è bene tener distinte le cose. Quando si ha in mano la possibilità di dire qualcosa in più modi, si rischia di incartarsi e cedere all’incontinenza. Piuttosto, per creare un contorno visivo ai nostri live, ci piacerebbe coinvolgere  altre persone.

Nei locali dove in Italia si fa musica, spesso si preferisce far ballare la gente, farla sudare, vendere birre e cocktail. Riscontrate difficoltà nel trovare luoghi consoni alla vostra espressività artistica? Riccardo :Diciamo che non è tanto una difficoltà di trovare luoghi, quanto la difficoltà di trovare orecchie. Ricordiamoci che se un locale “vince” se fa sudare e bere la gente (e basta) è perché, la gente, ha voglia di questo (e basta): spendere denaro per sentirsi felice una sera in più. E’ la distrazione che la fa da padrona sul senso e la qualità delle cose, il mondo della musica indie non ne è immune. Per fortuna si trovano spazi alternativi dove questo avviene un po’ meno, vedi centri sociali e simili, ma penso che comunque il numero di “ascoltatori attivi” sia purtroppo basso…

bonnot_inter03Per concludere vi porgo una domanda banale, e starà a voi risollevarla con una brillante risposta. Da cosa nasce il nome Bon.not? Cosa rappresenta per voi? Riccardo: BON.NOT viene da Jules Bonnot, quello della Banda Bonnot di inizio 900… ma non è questa la sede per una lezione di storia. È un personaggio dalla vita segnata dal lavoro e dalla lotta per il lavoro, un uomo che ha visto una felicità comune e “normale” venirgli sottratta dalla logica del capitale e dallo sfruttamento. Per questo ha lottato e poi ha fatto la sua scelta: in un campo ad armi impari ha deciso che non aveva senso porsi dei limiti… “ed in ogni caso nessun rimorso”. Per noi è un esempio di radicalità, che vuol dire quotidianità. Ci ricorda che una linea rossa, il limite, c’è e non va superato; ci ricorda quanto l’ideale libertario, che appartiene al nucleo fondativo dei BON.NOT, sia assolutamente attuale ed indispensabile. Per il resto vi invitiamo ad una ricerca su internet!

Le migliori intenzioni – Preview

Ti potrebbe interessare...

intervista_theniro-nowhere_IMG1_201711

L’incredibile storia di un film musicale mai realizzato (non ancora): intervista a Davide Combusti (The Niro)

Abbiamo incontrato Davide Combusti in occasione del primo concerto del tour di Nowhere. All’Off di …

Leave a Reply