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Sorprendersi è merce rara: intervista a Mimmiz (Macno)

Maledette notti in cui crediamo di amare e sognare ed invece ci svegliamo sudati e senza forze per affrontare le sabbie mobili di vita mediocre. Questo ed altro nel secondo capitolo del progetto Macno. Quando la new wave si incastra con la poesia pittorica e cinematografica. Quando raccontare e suonare sono la stessa cosa. Un perfetto equilibrio di parole e suono.
E’ rock che rende insonni per le frecce che tira. Tutto come prima è una bella pagina dell’underground italiano da non perdere e LostHighways ha voluto approfondirla con il deus ex machina: Mimmiz, la voce dei lariani Macno. (Foto by Roberta Molteni)

Tutto come prima, è il titolo del vostro secondo lavoro ma quasi nulla resta di quel primo capitolo A pochi passi da qui. Quel vostro rock bagnato di new wave degli esordi si è vestito di differenti sfumature basate su accenti di chitarre e arrangiamenti mai invasivi e finalizzati a creare atmosfere affascinanti accordate agli splendidi testi. Quali sono le principali differenze di questo secondo album rispetto al primo? Fondamentalmente due. Innanzitutto, a differenza della scorsa volta, ci siamo dedicati ad una lunga pre-produzione nel nostro studio e questo ha fatto sì che arrivassimo alla fase finale di registrazione con le idee molto chiare, almeno nella maggior parte dei casi. E poi, direi l’incontro con Marco Ambrosi, che, oltre ad aver suonato in tutti i pezzi, ha curato la produzione artistica del disco insieme ai Macno. E’ dotato di un talento straordinario e ci ha aiutato a vedere le cose in modo diverso. E’ la persona che stavamo cercando e, ad oggi, lo possiamo considerare un membro dei Macno a tutti gli effetti. Ovviamente, sarà sul palco con noi anche dal vivo.

Tutto come prima sembra, per i testi, un disco di fuoriuscita da un bivio, da un momento cupo. E’ denso di riflessioni sul cambiamento, sul tirarsi fuori da sabbie mobili di vita quotidiana. La mia è una sensazione corretta?
In un certo senso, sì. Anche se solo in parte. A pochi passi da qui era, ed è, una vetrina di emozioni profonde, intime, sicuramente più autobiografiche e legate a frammenti di vita vissuta in prima persona. Tutto come prima racconta delle storie, ci sono dei personaggi molto definiti, seppur nella loro mediocrità. Il protagonista di Mario B preferisce il suicidio allo squallore della sua routine quotidiana, e in Un’altra goccia abbiamo un insonne che nel cuore della notte dà sfogo ai propri deliri sessuali, tanto per citare due esempi che mi stanno a cuore.
E’ un disco sulla presa di coscienza e sulla disillusione. Ha una scrittura molto più elastica, volutamente più fluida e apparentemente meno enigmatica. Possiamo tranquillamente dire che, se è vero che dalle sabbie mobili non ci si tira fuori, mai, è se non altro lecito provare ad aspettare di essere sommersi completamente mantenendo un impeccabile self control.

“Uomo e donna si guardano supini sul letto: i due corpi si stendono grandi e spossati. L’uomo è immobile, solo la donna respira più a lungo e ne palpita il molle costato. Le gambe distese sono scarne e nodose, nell’uomo. Il bisbiglio della strada coperta di sole è alle imposte.” (Due – C. Pavese). Quanto sono importanti i riferimenti letterari nella stesura dei vostri testi?
Molto, moltissimo. Hai citato Cesare Pavese che è uno degli autori italiani del ‘900 che prediligo e che maggiormente ha influenzato la mia scrittura, o perlomeno ho la presunzione di pensarlo. Per diverso tempo, durante i concerti dei Macno, ho recitato una sua poesia, con un accompagnamento di chitarra. Era “E allora noi vili…”, che si conclude con il meraviglioso fverso: “Non più servi, sapemmo di essere soli e vivi”. Libertà e presa di coscienza, come vedi: i conti tornano.

Le canzoni nascono dalla sofferenza di vite ordinarie o di vite “straordinarie”?
Le canzoni nascono. Punto. Quello che c’è dietro è sempre molto soggettivo. E’ provato che la sofferenza è forse la madre di tutte le ispirazioni, questo è innegabile, grazie a Dio, altrimenti saremmo tutti dei piccoli Max Pezzali, però è altrettanto vero che una vita ordinaria può essere anche costellata di straordinarietà. Perdona il luogo comune ma, sia John Lennon che Paolo Conte hanno scritto liriche di una bellezza infinita, pur conducendo una vita diametralmente opposta. Per quel che mi riguarda, preferisco parlare delle vite degli altri, almeno in questo momento.

La semplicità della ballad In controluce è bellezza disarmante. Equilibrio pop-rock. Me ne racconti la nascita?
Eravamo nel nostro studio, per quelle che potremmo definire “Morellino Di Scansano Sessions”. Io avevo con me la bozza di quello che sarebbe diventato il testo di In controluce, Saro aveva la sua chitarra acustica. Abbiamo capito subito che poteva essere una buona canzone e così nei giorni seguenti ci abbiamo lavorato tutti insieme. L’idea di coinvolgere Simone Lenzi ci è venuta successivamente; gli abbiamo mandato un provino della canzone, gli è piaciuto ed è venuto in studio. Gli archi di Nicola Manzan hanno fatto il resto. Siamo molto soddisfatti, nonché orgogliosi, del risultato finale. E’ una canzone che ci piace molto. E’ una canzone sulla sconfitta e cerca di descrivere il momento in cui una coppia giunge al capolinea. La consapevolezza che ogni tentativo di recuperare il rapporto sia stato vano è ormai assolutamente tangibile. Come spesso accade, uno dei due amanti vorrebbe rimanere. Riconosce la propria disfatta amorosa, la propria sconfitta, appunto, e vorrebbe restare. Anche se è troppo tardi. Figlia di quelle sessioni è anche Baci rubati.

“A buon mercato di buon senso non se ne trova più… sotto le coperte di buon senso non se ne trova più”, recita così Il mio peccato. Sorprendersi è merce rara… Illudersi è merce rara”, recita invece Nessuna stima gratuita. In questa società alla deriva, dove tutto non ha buon senso e nulla fa più sognare, l’unica salvezza per i Macno può essere l’amore?
Viviamo tempi difficili, la gente non ha tempo per amare e non ha tempo per sognare, o non ne vuole avere. Ogni attenzione è rivolta al nuovo palmare e al conto in banca. Si accende la televisione con la speranza che sia scoppiata una nuova guerra, così da poter trascorrere una serata in poltrona a combattere tra Matrix e Porta A Porta. Un vero schifo, me ne rendo conto. Rimpiango spesso di non essere nato negli anni ’50. Se non siamo alla deriva, come dici, poco ci manca: si sono persi di vista il senso civico e la voglia di sorprendersi, la buona educazione e il desiderio di stupire. Bisognerebbe osservare con attenzione il comportamento dei bambini, rubarne l’innocenza. Loro sanno ancora sorprendersi e sorprendere. L’amore, poi, dovrebbe essere la salvezza per tutti, non solo per i Macno. Purtroppo non sempre è così.

Prima le collaborazioni con Paolo Benvegnù e Santoniente per due splendide cover, ora collaborazioni illustri in questo disco del calibro di Lele Battista e Simone Lenzi (Virginiana Miller). Quanto sono importanti questi incontri artistici per i Macno? E più in generale cosa ne pensate dei rapporti tra gli artisti indipendenti italiani? Ci si aiuta o è una guerra tra formiche?
Sono importantissimi, soprattutto sotto il profilo umano. Abbiamo imparato molto, e non solo musicalmente, da tutte le persone che ci hanno circondato in questi anni. La cosa più bella di tutto questo è che quasi sempre si finisce col farsi una bella mangiata. Questa è una cosa che adoro. Quindi, la nostra esperienza per quel che riguarda il rapporto tra musicisti è più che positiva, così come la mia visione generale. Poi è chiaro che dove non ci si aiuta ci si fa la guerra, inutile negarlo. Ma succede anche nelle squadre di calcio ed è così anche negli uffici postali.

Mi piace scrivere di musica ma per vivere faccio un altro lavoro, voi come musicisti indipendenti sicuramente fate un altro primo lavoro per vivere. Perché deve accadere che nella nostra società fare arte e cultura deve essere per forza una questione secondaria? Veramente abbiamo perso di vista ciò che ci rende felici?
Perché siamo un paese culturalmente arretrato, questa è la triste verità. L’arte tutta viene considerata un suppellettile della quotidianità, niente di più. Il boom economico degli anni ’50 ci ha permesso di dormire sonni tranquilli per una trentina d’anni, ora paghiamo lo scotto di aver dormito fin troppo durante tutti gli anni ’90. Mentre l’Europa intera si è tirata su le maniche e ha gettato sudore, noi abbiamo visto tutte le puntate del Costanzo Show. Attenderemo impazienti che le cose cambino. Intanto, godiamoci quel che ci rende felici, senza perderlo di vista. Che siano cose marginali o di fondamentale importanza. Oggi, ad esempio, ho coronato un mio vecchio sogno: ho comprato dieci paia di calze tutte uguali, blu scuro. Non ne potevo più di perdere tempo a separarle dopo averle lavate. Continuo, e devo dire con inaspettati e sorprendenti risultati, il mio percorso per diventare un casalingo perfetto.

Definisci tu, in pochissime righe, Tutto come prima?
Un figlio cercato, voluto ed avuto. Accudito “da fuori” per nove mesi e poi coccolato fino alla nausea. Ora lo seguiremo fino alla pubertà, poi proveremo a dargli un altro fratello.

Ogni maledetta notte – Preview

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