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Pazzia allo stato puro: The Verve

La follia è Arte. La follia è notturna. Per qualcuno si manifesta tra le trame di un assurdo onirico da sciogliere. Per qualcun altro è ispirazione costante, come un filo trasparente e immaginario che guida i polsi nella lenta danza della scrittura. Così i Verve, come marionette, alla mercé di una pazzia buona a illuminare il genio e di una pazzia insana, psichedelica, frutto di droghe e uno stile di vita discutibile. Tra l’allucinazione e la concretezza di un sogno che si fa realtà, LostHighways racconta l’evoluzione di una band dalla carriera tanto altalenante quanto ricca in entusiasmi e soddisfazioni. Nel 1992, quando All in the Mind esce sul mercato come primo singolo di un giovane gruppo della provincia inglese, io avevo solo sette anni e non ero ancora in grado di distinguere il rumore dal lampo creativo.

Ma Richard Ashcroft e i suoi Verve non passano inosservati e subito vengono messi sotto contratto dalla Hut Recordings. Tutto inizia a muoversi molto velocemente: altri due singoli si susseguono rapidamente, numerose date vengono offerte al gruppo e la strada per l’incisione del primo disco sembra letteralmente spianarsi davanti a loro. La band dimostra fin dall’inizio un temperamento forte e poco incline all’obbedienza morale: i palchi che li vedono come protagonisti, raramente escono inoffesi dal loro passaggio, specie se non conformi alle idee già ben chiare dei Verve. Richard Ashcroft riveste, in qualità di cantante e mente fondante, la leadership del gruppo. Altrettanto carismatici i suoi musicisti: in prima linea il ribelle Nick McCabe alla chitarra e poi Simon Jones al basso e Peter Salisbury alla batteria. Nessuno si palesa come mero esecutore dell’arte di qualcun altro. Ognuno partecipa e insinua le proprie vene nella creazione di prodotto comune da condividere all’esterno. Così sull’onda delle ottime recensioni ricevute, nel 1993, a solo un anno di distanza da quel primo singolo, il mondo della discografia si apre a A Storm in Heaven, primo disco firmato Verve. L’atmosfera è particolarmente irreale e la critica si schiera non sempre a favore di questo lavoro, specie per l’ardita decisione di escludere dalla release i fortunati singoli. Il disco è graffiante nonostante qualche incupimento e orpello di troppo, che vanno a celare la natura più immediata della band. Anche se discograficamente parlando acerbi, i Verve riscuotono un discreto successo di pubblico che li conduce ad esibirsi nei club inglesi e non solo. Nel 1994 è l’America ad essere conquistata dal gruppo in seguito al tour di supporto ai Black Crows. E iniziano i primi guai: i Verve non nascondono fin dagli esordi l’inclinazione all’uso di sostanze stupefacenti che, se da un lato partecipano al processo di composizione dannata, dall’altro non portano che ad un ottundimento delle sensazioni e all’esasperazione di certi atteggiamenti, evidentemente scontrosi. Le prime vittime di questa tendenza sono Peter Salisbury arrestato per aver distrutto la camera dell’albergo che lo ospitava e lo stesso Richard Ashcroft, svenuto per disidratazione prima di esibirsi. Il tour americano viene così interrotto, per riprendere nella loro terra da headliner, a loro volta introdotti dagli sconosciuti Oasis dei fratelli Gallagher. Nel giro di un anno in realtà i rapporti si invertiranno totalmente, grazie al successo di Definitely Maybe che consacra gli Oasis nell’Olimpo del brit-pop d’oltremanica. Non è un caso se il secondo disco dei Verve cerca di svoltare verso quella stessa direzione. Non lo fa dichiaratamente. Non è un passaggio marcato. È piuttosto un incontro di sfumature diverse. Nel 1995 A Northern Soul è sugli scaffali: alte le aspettative, in parte deludenti i risultati. Troppe ispirazioni, troppi occhi strizzati, l’originalità cede il passo all’omologazione, la discontinuità regna sovrana: il desiderio di emergere oscura lo spirito della band che in prima persona paga le conseguenze di certe scelte. Richard Ashcroft manifesterà apertamente la sua stessa delusione per l’esito del disco sconfinando in un esaurimento nervoso. Allo stesso tempo gli eccessi di ciascun membro non fanno che peggiorare una situazione già precaria: lo scoppio definitivo si ha con l’abbandono da parte di Nick McCabe e l’inevitabilmente conseguente scioglimento della band. È il 1996: anno di consacrazione dei Blur e di riconferma degli Oasis, e anno che segna un primo caput per i Verve. Ma nulla è perduto finché il desiderio di esprimersi non soccombe. Nel 1997 i Verve si ricostituiscono con l’arrivo nel ruolo di chitarrista di Simon Tong, caro amico di Ashcroft. Quest’ultimo nel mentre ha già composto ogni pezzo per quello che diventerà l’album del primo ritorno dei Verve. Nonostante la formazione sia ormai al completo, Nick McCabe sceglie di occupare nuovamente il suo posto all’interno del gruppo. Il suo rientro non è per nulla silenzioso e porta a nuovi arrangiamenti e nuove soluzioni per i brani composti in precedenza da Ashcroft. Così nello stesso anno su tutte le televisioni appare il video di Bittersweet Symphony, caratterizzato dalla passeggiata sbilenca del leader dei Verve. L’effetto è assicurato e Urban Hymns, titolo del nuovo disco, è accolto dal pubblico e soprattutto dalla critica come un piccolo capolavoro. Finalmente il cuore della band è esposto senza filtri e senza correzioni di sorta. È un lavoro completo, in cui la variabilità conferisce movimento senza uscire dal tracciato. La matrice rock tende le braccia al pop, sporcandolo e contaminandolo con imprecisioni e imperfezioni capaci di raccontare bellezza. Con questo disco i Verve sbaragliano letteralmente la concorrenza di Oasis, Blur e Prodigy e si affiancano ai Radiohead quanto a consensi. Tutto questo non sembra però sufficiente a mantenere la riconquistata pace tra i dissapori che coinvolgono da vicino la rivalità tra Ashcroft e McCabe che decide per l’ennesima volta di abbandonare il gruppo. La rottura viene annunciata praticamente subito e nulla pare parlare di ulteriori reunion. Ognuno prende la sua strada, lontana da quel progetto comune che li aveva visti brillare nel biennio ’97 – ’98. Richard Ashcroft dà avvio ad una carriera solista e sotto etichetta Virgin pubblica il disco Alone With Everybody con la partecipazione alla batteria del solito Peter Salisbury. Nonostante il risultato poco convincente, nel 2002 si ripropone con Human Conditions, disco più intenso e accattivante, cui fa seguito a quattro anni di distanza Keys to the World. La forza che accompagnava il Richard Ashcroft, leader dei Verve, perde di consistenza una volta traslata nella figura unica dell’artista, rendendo così questa seconda carriera figlia di una fortuna decisamente minore rispetto alla precedente esperienza.
Il 2008 è invece l’anno della sorpresa. I Verve annunciano la reunion e l’uscita di un nuovo disco. Unico escluso Simon Tong, che nel mentre è diventato membro dei Blur e poi collaboratore dei Gorillaz e successivamente ancora membro della band senza nome produttrice di The Good, The Bad and The Queen, dello stesso Damon Albarn. Il primo singolo estratto, Love is Noise, anticipa di un paio di mesi la pubblicazione di Forth. Non la si può definire una vera e propria anticipazione, visto il sound completamente differente rispetto al resto del disco. Gli innesti particolarmente radiofonici del pezzo non rendono del tutto giustizia alla natura più anticonformista di questo nuovo lavoro che rilancia i Verve all’interno di una realtà che nel tempo è andata modificandosi, senza dimenticarsi di coloro che in passato l’avevano plasmata e consolidata. La follia allucinogena di A Storm in Heaven si è trasformata nella fluida alienazione di oggi. La pazzia si tinge di purezza e ci si domanda se il folle è colui che sogna l’incoerenza dell’imponderabile o colui che interpreta il sogno e lo rende tangibile.

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