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*L’eau des bois se perdait sur des sables vierges: intervista agli Schonwald

L’elettronica come viaggio di suggestioni, senza corollari. L’elettronica dei vuoti d’aria e delle vertigini amplificate da lampi noise. La sperimentazione e la melodia. Le parole e la scomposizione della logica secondo linee emozionali e visionarie. Perché la poesia respira nelle zone oscure della sensibilità. Schonwald, perimetro di ricordi e universo evocativo, è un progetto sui generis approdato alla lussemburghese Pocket Heaven Records. LostHighways libera la curiosità incontrando tra le proprie insolite pagine Alessandra Gismondi e Luca Bandini (già membri dei (P)itch) e condivide il concetto di musica come liberazione, ridefinizione di luoghi e spazi interiori. (Foto by Rosa D’Ettore)

Cominciamo a muovere qualche passo nella foresta sonora di Alessandra e Luca. Come e quando nasce il progetto Schonwald?


Luca: L’idea nasce nella primavera del 2007 e viene dalla necessità di realizzare canzoni che facessero emergere il nostro lato più sperimentale e scuro con mezzi estremamente primitivo-elettronici. In un primo momento ho lavorato da solo su tutte le basi di drum machine e di synth. Successivamente ho fatto ascoltare ad Alessandra le prime bozze. Se ne è subito innamorata ed ha deciso di lavorare sulle linee melodiche della voce. Partenza un po’ anomala in quanto la chitarra ed il basso hanno seguito un procedimento inverso dal nostro usuale modo di comporre.

C’è un motivo particolare per un nome così evocativo?
Luca: E’ il cognome di mia madre ed un mio omaggio al nonno Schonwald, un uomo con uno stile unico che mi ha regalato un’infanzia spettacolare. E’ piaciuto da subito ad entrambi e poi la traduzione alla lettera dal tedesco è molto romantica ed evocativa: “Bel Bosco”

L’elettronica che veste il minimalismo. L’elettronica che ambisce a squarci noise. A che dimensione emozionale tendono gli Schonwald nella definizione del loro sound?
Luca: L’idea di elettronica che più ci rappresenta nasce in maniera libera e non calcolata, composta e realizzata come si può scrivere una canzone con la chitarra, è inserita nel contesto sonoro con parsimonia evitando che uno strumento prevarichi sull’altro. Il suono è un movimento armonico ipnotico proteso ad una situazione emotiva che ci avvicina.

Cos’è per voi il rumore in termini d’ispirazione e liberazione?
Luca: Unire melodia e noise è decisamente alla base dei nostri brani. Il rumore è un elemento primitivo che ci affascina perchè è colmo di sfumature tonali che risultano per certi versi astratte e quindi completamente libere di evadere dal pentagramma.

I testi di Alessandra. Immagini come strappate a ricordi acidi, ai limiti della rivalsa. Umori. Colori forti, femminili, felini. “Cruel logic of no return / My heart / Is not waiting for / You stay distant / For not surprising me / I am not sorry for anything” (Ok typewriter). “Close your eyes and tell me what you see / Heaven fairy proof / I disapper / We talked about that day / Our revolution / Eyes to eyes we fall / In talking tears” (Our Revolution). Quanto conta la parola disposta secondo linee liriche nella vostra musica?
Alessandra: La parola è il frammento di un respiro, un’emozione che prende forma nel suono, è la melodia vestita. Esprime nel contesto un disegno emozionale che fuoriesce dal mio inconscio. Comunica la mia irrefrenabile passione/tensione che cerca di portare in carreggiata gli slanci ritmici paranoici di Luca. Mi perdo e mi ritrovo in ogni singola parola… è la parola che dirige me e non viceversa. E’ lo scorrere, il mio fluire più intimo, cercando di portare alla luce la paura di essere in perfetto scontro con la mia fragile sicurezza quotidiana e la continua ricerca ad una imperfetta felicità.

“You are burning sand / In my hand […] / So close to me / I refuse all my needs / Cold as gold” (One day soubrette). Di cosa si ciba la parola di Alessandra? Su quali suggestioni cerca forma? Rimbaud accarezzava la poesia dei sensi: “J’écrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable” (Alchimie du verbe)…
Alessandra: Sono appassionata di poesia sin da quando ero adolescente; la poesia è rifugio per le proprie emozioni, è un nutrimento per l’anima. Sono stata sempre affascinata dal potere delle parole e dal senso ritmico che ne consegue dall’intercalarle ed è attraverso il rito della scrittura che si può arrivare ad una vera e propria disintossicazione. Scrivere per me è vitale, è elaborare la propria esistenza, è passato e futuro impresso nel presente.

Gli Schonwald hanno affidato la loro musica alla lussemburghese Pocket Heaven Records, uno dei rami dell’associazione Panoplie che organizza concerti di matrice indie e con un particolare attenzione all’Italia. Mi raccontate la nascita di questa collaborazione?
Alessandra: Siamo entrati in contatto all’inizio come Pitch. Berardo aka Dj Moostash ci portato in Lussemburgo dopo averci proposto al resto dell’associazione Panoplie. Successivamente si sono dimostrati interessati ad ascoltare live anche il nuovo progetto e subito dopo qualche settimana ci ha contattato Robert per proporci la collaborazione con la Pocket Heaven Records. Come dicevi tu, Panoplie ha un occhio di riguardo verso l’Italia proponendo un calendario fitto e ricco di proposte interessanti.

Quindi… tour in Italia e date anche all’estero…
Luca: L’intenzione è quella di promuovere il disco sia in Italia che all’estero, abbiamo già alcune date che ci permetteranno di toccare la Francia, la Germania e nuovamente il Lussemburgo che, logisticamente, si trova in un crocevia strategico nel cuore dell’Europa. Non ci dispiacerebbe affatto ritornare ad esibirci a Londra che tra l’altro è stato palcoscenico del debutto di Schonwald lo scorso dicembre.

Schonwald=50% (P)itch. Un bilancio dopo il ritorno con A violent dinner
Luca: A livello di sound cerchiamo di essere agli opposti. Come Schonwald la tensione nervosa e la spigolosità dei pezzi è messa in primo piano: i cantati sono ipnotici ed i testi sono compulsivi ma non troppo distanti dalla realtà, mentre nei (P)itch la ricerca compositiva è orientata verso una melodia più limpida e ricca di suggestioni oniriche che si avvicinano maggiormente all’attitudine pop di Alessandra. Comunque riusciamo tranquillamente ad essere in sintonia con entrambi i progetti per quanto riguarda l’organizzazione tecnica e la parte più creativa. In effetti A violent dinner è stato accolto molto bene e supportato da una notevole attività live non ancora conclusa, anzi in continuo fermento! Non nascondiamo il nostro entusiasmo per aver ricevuto un buon consenso di critica e di pubblico.

Cosa chiedono Alessandra e Luca alla musica? Cosa il sistema musica, invece, pretende dagli artisti?
Luca: Al momento la musica ha solo “dato” e non ha mai chiesto in cambio nulla, e chiediamo che la musica riesca sempre a darci tanta passione e sublimazione. D’altro canto possiamo ritenere di essere privilegiati perchè il sistema musica e tutto ciò che ne deriva, per ora (!) , non ha mai influito sul nostro modo di operare e sulla nostra attitudine.

*Arthur Rimbaud – Larme

Our Revolution – Preview

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2 commenti

  1. Questo incontro di muse, di mani, conduce là dove certi privilegi sorseggiano istanti di meraviglia ricamando normalità.
    Ciò che è pulito risplende. Con la garbata modestia di certe primavere.

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