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Non pretendete di conoscerli: intervista ai Mojomatics

Abbiamo in Italia una delle migliori band in circolazione e quasi non ce ne accorgiamo. I veneti The Mojomatics sono tra i nostri fiori all’occhiello per quanto riguarda l’indie-rock nostrano esportabile. Il loro verbo è il punto di fusione tra il garage-blues e il country-rock ammiccando al punk. Il loro terzo lavoro Don’t Pretend that you know me (sotto l’egida Ghost Records) prende il titolo proprio dall’obiettivo di non voler essere classificabili, di innovare sorprendendo ed attingendo dalla storia del rock, dai Beatles ai Rolling Stones passando per The Kinks. E’ rock che ha un’attitudine impressionante e che può competere senza sudditanza con gruppi gettonati stranieri dell’indie-rock. Il loro recente tour europeo ha già toccato Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera, Norvegia e toccherà quindi l’Italia in questa calda estate. In mezzo a tante date live LostHighways è riuscita a strappare quest’intervista con il duo del momento.

Punk e il rock sixties per miscelare il garage-blues con il country-folk. Come siete riusciti a realizzare tutto questo in due?
Innanzitutto devo precisarti che da un paio di mesi circa non siamo più un duo ma un trio, con buona pace di tutti coloro che per via della formazione a due non sapevano far altro che paragonarci ai vari White Stripes (soprattutto loro) e situazioni simili. Comunque sino a quando Gabriele non è arrivato (al basso, e presto speriamo di integrarlo anche nelle backing vocals) siamo stati in due, e in due abbiamo scritto, registrato e siamo andati in giro a suonare per quattro anni senza soluzione di continuità. Una band con due elementi riesce a fare tutto questo ma è limitata per forza di cose, soprattutto in ambito live dove non si riesce a rendere appieno tutto quel lavoro che attraverso la scrittura e l’arrangiamento in sede di registrazione puoi appurare dall’ascolto dei dischi.

Miss me when I’m gone è sorprendente nei colori e nell’immediatezza rock. Mi racconti di questo brano che a mio parere vi rappresenta al meglio nella vostra cifra stilistica?
Mah, niente di particolare o di differente rispetto alle altre canzoni. Cominci a suonare, esce fuori un riff garage, ti piace, vai avanti e ci aggiungi altro che possa starci assieme, poi ci metti una linea d’armonica, il ritornello, il ponte e nel giro di qualche tempo il pezzo esce fuori quasi da solo. È una song fortunata poiché a quanto vediamo dalla risposta della gente ai concerti piace quando la suoniamo. E se una canzone popolarmente piace è una canzone fortunata perché è quello l’obiettivo a cui si aspira scrivendole.

Ogni brano del disco potrebbe essere un singolo. C’è molta attenzione all’inciso orecchiabile eppure sembra tutto fuoriuscito di getto dal vostro fiume artistico… non sembra esserci un approccio predeterminato…
Mi fa piacere che tu abbia notato come il lavoro di scrittura delle songs cerchi di focalizzare soprattutto il nostro lato pop, che è quello preponderante e attorno al quale ruota tutto il nostro background musicale che può andare dal blues più rurale e primitivo del Delta dei primi del ‘900 alla grande era del R’n’R dei sixties (soprattutto quello inglese), al garage punk australiano dei primi 80s, al jazz dei 50s/60s, al country e molta altra roba fagocitata con avidità nel passato e nel presente. Ma tutto ciò concorre sempre alla costruzione della forma canzone pop, immediata e orecchiabile, sperando che ti si stampi in testa e che tu possa canticchiarla ovunque ti trovi. L’intenzione è quella, è chiaro poi che con alcune il risultato è più fortunato e con altre meno, ma a vedere come l’audience le canta durante i concerti assieme a noi (questo avviene soprattutto fuori dall’Italia) credo e spero che siamo sulla buona strada.

Per creare del buon rock’n’roll bisogna avere più attitudine o più sostanza?
Cosa intendi per sostanza? Adiposità? Sappi che siamo abbastanza magri! Allora rimane l’attitudine e quindi ti rimando alla risposta sulla scrittura delle canzoni che è la stessa su come viviamo tutta quest’avventura. Siamo una band giovane con i piedi piantati nel passato per cui intendiamo rockeggiare con il rispetto dovuto alla materia, divertendoci e sperando che la gente canti e danzi le nostre canzoni e che magari queste possano accompagnare in qualche maniera la loro vita di tutti i giorni e renderla più leggera e piacevole. It’s only r’n’r!

Avete realizzato molte date all’estero, perché in Italia gruppi come voi trovano difficoltà ad imporsi?
Mah, questa è una bella domanda. Perché? Perché l’Italia è il paese di Sanremo, di Domenica In, del Festivalbar, Amici ed altre amenità del genere. Non abbiamo una cultura rock come negli altri paesi d’Europa, soprattutto quella del nord. Non credo l’avremo mai, dobbiamo accontentarci e non possiamo che accettare lo stato delle cose. Qui la maggior parte della gente crede che i vinili siano modernariato per mercatini e mostre-mercato per collezionisti, mentre se vai in Germania o in Svezia, Francia, Olanda, con un negozio di dischi ci puoi anche vivere. Le bands underground mandano curricula alle etichette discografiche dicendo di aver partecipato a questo o a quel contest come se stessero cercando lavoro in banca. Non è una buona attitudine questa. Prendi il tuo demo e mandalo a una label senza aggiungerci troppe manfrine, una label anche piccola e indipendente, se piace bene… altrimenti bussi altrove. Se non piace a nessuno allora prova con le major e partecipa al contest!

Nella vostra musica si sente molto il rispetto per il rock degli anni sessanta (es. Beatles, The Who, Kinks) ma anche di gruppi indie-rock contemporanei come gli Strokes. Quanto hanno inciso i vostri ascolti nella vostra musica? E quali gruppi vi hanno profondamente indicato una strada da percorrere?
Per quanto riguarda i gruppi del passato che hai citato sono d’accordissimo con te. Gli anni sessanta sono stati una specie di tsunami creativo in ambito musicale, molto di più di quello che era avvenuto nei metà 50s con il rivoluzionario avvento del r’n’r, che sebbene fondamentale e importante è stato un periodo breve e musicalmente ripetitivo. È avvenuto tutto nei sixties: le migliori bands, i migliori dischi. Quello che è accaduto in seguito, a cominciare dai primi 70s non è stato altro che una rivisitazione di questo o quell’aspetto già nato in quel decennio aureo per la musica. Non ci sono più state bands così seminali e importanti come gli Stones o i Beatles o i Velvet Underground, e l’elenco potrebbe continuare per parecchio. Rapportarsi a quegli anni è come trovarsi metaforicamente davanti ad un mappamondo del rock su cui vedi tutti i posti da cui si sono sviluppati i vari generi: punk, noise, prog, psych e tutti i generi che vuoi tirare in ballo. Dei gruppi invece più moderni posso dirti che ce n’è qualcuno che mi piace ma assolutamente non ha niente a che fare con le nostre influenze che sono impantanate molto più indietro che nel presente o nel passato recente. E comunque anche gruppi famosi e attualmente in auge come appunto gli Strokes o i White Stripes (ecco che ritornano!) ti farebbero lo stesso discorso e lo puoi sentire tranquillamente dai loro dischi.

Il vostro rapporto con la label Ghost Records?
Il rapporto con i ragazzi della Ghost è ottimo! Credo che stiamo lavorando molto bene assieme, loro ci stanno dando una visibilità promozionale che non avevamo avuto in passato e noi facciamo la nostra parte essendo perennemente in tour a promuovere il disco. Crediamo entrambi che questa sia la formula migliore per farsi conoscere ed arrivare al pubblico in maniera onesta e credibile.

Il web (es. MySpace, peer to peer, lastfm) può aiutare a far emergere artisti che non hanno visibilità dai grossi media?
La tecnologia è importante, rende la fruizione della musica molto più democratica e al contempo si corre il rischio alla sovraesposizione virtuale che non è poi un bene per chi vorrebbe davvero “emergere”. Troppe bands, troppi mp3, troppe pagine sul web, e la gente tende ad accatastare, stratificare e dimenticare. Noi possiamo risponderti che i Mojomatics si sono fatti un nome “sul campo”, pubblicando i primi dischi per piccole e coraggiose etichette indipendenti che se ne fottono del mercato, e suonando in giro sin dagli inizi, molte volte per un cachet irrisorio e facendo tantissimi chilometri. Avevamo (e abbiamo) tanta voglia di portare in giro la nostra musica, le nostre canzoni, e farci conoscere dalla gente in senso anche fisico e non per via di un mp3, una pagina di recensioni, e men che meno un curriculum di partecipazioni al contest con i Negramaro come ospiti speciali.

Whait A While – Video

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