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*If music be the food of love, play on: Sigur Rós tra Roma e Milano

Endlessly thanking: Sigur Rós@Auditorium Parco della Musica (RM) 12/07/08 (Valentina Di Cecco)

Sette sfere, sette come le note. Sette globi candidi pronti a colorarsi, a divenire trasparenti, a ricevere o diffondere luce. Questo lo sfondo, il fondo o l’orizzonte di una musica che inizia sorgendo, che comincia presentandosi come un’alba avvolgente. Quando quattro creature fatate fanno capolino tra le ombre e i bagliori, dietro le spalle c’è il blu scuro e denso della notte che si espande e davanti agli occhi, oltre i corpi e le sfere, un azzurro striato di lilla e venato d’oro che accompagna i primi movimenti del canto con gli ultimi palpiti di un dolce tramonto. Le sfumature del crepuscolo stentano a svanire, quasi che il sole non volesse obliarsi, per trattenersi piuttosto a sentire insieme alla luna quei suoni che dicono di malie e sogni e terre incantate.

E malie, sogni ed echi di terre incantate sono il dono consegnato agli astri, alla luna, al sole, ai corpi protesi dalle mani che hanno saputo inventare una lingua nuova per dire la bellezza, per farla venire ad essere. Le sfere cominciano così ad accendersi seguendo i battiti della musica o le carezze date su tasti che disegnano atmosfere e voli, diventano scrigni di lucciole o stelle colorate… bolle di sapone, quasi dei mondi fragili, o pelli sottili tese su fiamme purpuree, dorate, turchine, aranciate, violette, verdi. Le luci rendono visibile il canto, sublimano i gesti che animano gli strumenti fino a farli divenire dei bagliori o dei colori, dei lampi d’incanto dentro i quali anche l’occhio ascolta. Le impeccabili e sapienti danze delle dita effondono insieme alla luce un sogno sonoro, una meraviglia che è melodia da accogliere, la arricchiscono quattro donne che appaiono come delle libellule dalle tinte pastello, portando con sé le vibrazioni dei legni e le armonie tessute da venti, terre ed acque. Davanti agli uomini che si confondono con i folletti per compiere sortilegi e narrare fiabe, i corpi tesi in ascolto formano un semicerchio, una sorta di sorriso o abbraccio pronto ad assaporare e stringere ogni nota ed ogni respiro di un sogno udibile attraverso i gesti e i riverberi, che vengono colti come fiori, come fiocchi di neve, come gocce di rugiada, come minuti petali o ali. Dentro il sorriso o abbraccio accade una bellezza che meraviglia fino a innamorare, fino a sapere di felicità. Una bocca canta alle corde della chitarra così da trasformare l’aria in scossa, una piccola banda vestita di bianco incede portando il fiato degli ottoni attraverso i riflessi e gli scintilli, piovono coriandoli come fossero cristalli di latte… tutto sorprende e prende, afferra i sensi, accarezza l’anima. Tutto è incanto. L’archetto che sfiora la chitarra fino a gemere e tagliare, fino a rompersi, a sfilacciarsi. I tamburi che sembrano usciti da un disegno d’antan per bimbi, di quelli che conoscono le sfumature morbide e tenui. Il canto che è tempesta e vento, seme che si dischiude, fenditura aperta sull’altrove, luce dell’invisibile. Un crescendo che fa di una musica un’aurora. Tutto è vertigine. Le stelle che sembrano fremere, desiderose di farsi raccontare ancora ed ancora quella meraviglia. Il volo di un gabbiano che attraversa il cielo e una musica che sa arrivare al cielo. Le pelli e i metalli colpiti per generare un palpito e trasformarlo in marea, in mare di suono che trabocca. I battiti… delle mani, degli occhi, delle carni, dei cuori. Tutto inebria. Ubriacano d’universo e sogno i Sigur Rós. Ubriacati di universo e sogno ci si sente quando ci si ritrova tutti in piedi a battere le mani, ad essere un sorriso o abbraccio di carne che conosce la felicità nell’incanto di Gobbledigook, sotto uno scroscio di frammenti nivei, di colori, di luci. Solo la bellezza può cancellare il confine tra reale e irreale, portando il dominio di una sur-realtà in cui ad imperare è la meraviglia. Solo la bellezza può lasciare increduli quegli stessi esseri che possiede per un istante infinito, che tocca. Solo nella bellezza il mondo e il sogno si con-fondono fino a divenire un solo chiarore che avviluppa. Incantando, la musica che apre bocche e sensi, scivola nell’anima con un canto e lì graffia o accarezza per lasciare tracce da cui possa colare gioia… e quello che rimane nella carne è l’esatto sapore dello stupore. (Foto 1 by mdipilla; Foto 2 by Saledargento Góðan daginn)

Blue night over the sky/Blue night over me: Sigur Ròs@Arena Civica (MI) 13/07/08 (Roberta Molteni)

L’Arena Civica è una grotta d’aria rarefatta scavata dentro ad una notte di esplosioni elettriche, di intenzioni incendiarie. Il cielo avvampa eppure trattiene i propri vagiti oltre la bolla d’impercettibile cristallo che protegge questo teatro di sguardi, i nostri cuori aperti, vulnerabili; le attitudini degli elementi, tutti, s’appropriano qui, adesso, di una voce, di un corpo, il corpo benedetto di questa musica-preghiera, di questa musica-inno: preghiera del grazie, della grazia; inno alla bellezza, all’equilibrio della bellezza, che trova pace nell’imponenza, che inscena delitti nella privazione. Sette pianeti più uno, sette globi dalle longitudini asimmetriche più la sfera immaginaria del viaggio, che il vento intuisce, dal boccascena all’altrove, e suggella, dal desiderio alle mani: quanto di reale accade dentro alla perfezione del suono sconfina in fretta nell’onirico, nell’immaginario; i grembi implodono di brividi, di presagi, per partorire segreti, tutto l’indicibile che eclissano, che proteggono. E’ centrifuga la prepotenza di tutto questo sentire, squassa le distanze, riavvolge il tempo in un gomitolo d’estasi per poi scagliarlo contro i petti, perché possano vibrare, perché riescano ad avvertire il privilegio del respiro, il mistero del tatto, l’armonia del gusto quando affonda le dita nei riverberi dell’udito, dell’olfatto. Elfi cantori dell’acqua e del fuoco, dell’allucinazione e del miracolo, dell’essenza e dell’infinito, con Starálfur i Sigur Rós alzano il loro grido sottile, intonano le aspettative allo spettro dei colori primari e ti marciano dentro, a raggiungere i luoghi dell’addio, le periferie della ragione, l’antro dei candori innati, primordiali. Tutto parte dall’impeccabile per compiersi nello straordinario. Tutto Með suð í eyrum við spilum endalaust pulsa dagli angoli, soffia sulle ipnosi strumentali le proprie suggestioni armoniche; tiene le fila di questo evo psichedelico e suggestivo, di ritmiche roboanti e melodie magnetiche, stagione tribale di pop sognante, rock d’impeto ed eleganza, shoegaze d’esasperazioni e castità. I pezzi si sommano, uno ad uno, contrari che s’attraggono, s’incastonano l’uno nella storia dell’altro, momenti unici eppure familiari, orme di memoria e di privilegio, nel presentimento eracliteo del risveglio, di un’opportunità per il risveglio. Undici anni di maree, di magie, di discrezione, la discrezione ammaliante dell’eccezionale: è tutto qui, dentro a questo alito d’Islanda, nel pulviscolo di questa via lattea celestiale e terrena, bianca di nevi perenni, rosa come le guance di un bambino, gialla di papavero e licheni, blu di spettri, rossa di bramosie, pantomima dell’armonia, del silenzio, di una solitudine salvifica. I tuoi fantasmi ti tengono per mano e non vogliono, non possono fare paura. Sorridono mentre gli archi si gonfiano di stupore, mentre i fiati arrossiscono all’applauso della chitarra, quando i tasti accennano metriche come rugiade estive. Osservano quei tredici corpi muoversi con una naturalezza quasi innaturale, avvicendarsi agli strumenti, scomparire alla vista per comparire alla visione. Tendono a quella voce come ad un richiamo, eco che indovina il ghiaccio e lo scioglie, lo smussa ai lati, lo re-inventa caldo, liquefatto e pungente. La festa di Gobbledigook è una pioggia di luce, un enorme, irriverente abbraccio collettivo, uno smisurato applauso che allontana ogni presentimento di pallore, di torpore. Come bambinistravolti di stupore, con la normalità feroce dei loro corpi primitivi, ridono dell’impotenza e ci regalano tripudio. Come bambini liberi, liberati, dentro all’incredulità di questa cornice d’uragano, ridiamo della nostra miseria e ci regaliamo esultanza, doniamo loro la complicità dell’acqua quando, invadente, spoglia la fissità degli argini del proprio contegno. Come soddisfatto, dopo l’eclissi, il cielo si rilassa e ci investe del prima, di pioggia, quasi mendicasse attenzione, considerazione, intuita la crepa che la meraviglia ci ha aperto addosso, ci ha lasciato fra le scapole, sotto la lingua, dentro alle rughe dei presentimenti, della consapevolezza. Se un Dio davvero esiste, per due ore, questa sera, è rimasto ad ascoltare. (Foto by Claudia Zalla)

*W. Shakespeare – Twelfth Night or What You Will

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