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Ho sempre osservato più che parlato: intervista a Max Zanotti (Deasonika)

Una voce come strumento a raccontare Poesie. Note soffici a tagliare melodie pungenti. Questo Max Zanotti e i suoi Deasonika. Tre dischi all’attivo. Numerose performances tra i palchi di tutta Italia. La partecipazione al progetto Rezophonic. Diverse collaborazioni con artisti della scena alternativa. Tutto questo in pochi anni. Ad agosto del 2007 è giunto il momento di fermarsi. Con quest’intervista, LostHighways intende indagare tra i silenzi e le dinamiche del gruppo, allo scopo di colmare l’attesa per il nuovo lavoro e di mostrare l’uomo dietro l’artista. Il pensiero dentro l’uomo. Come scatole che si aprono nel gioco del disvelare senza dire troppo.

Quest’ultimo è stato un anno piuttosto silenzioso per i Deasonika. Come lo avete trascorso?
Il silenzio spesso nasconde molte cose. È stato un periodo di cambiamenti personali che hanno arricchito la vita della band. Non ti nascondo che il fatto di non suonare un nuovo disco ci è mancato molto. Il live è fondamentale per noi. Abbiamo però ultimato i brani che saranno pubblicati tra poco nel nuovo lavoro. Direi quindi un anno costruttivo.

La vostra storia, almeno a livello discografico, inizia nel 2001 con la pubblicazione de L’uomo del secolo per proseguire nel 2004 con Piccoli dettagli al buio e infine Deasonika nel 2006. In che modo
si legano tra di loro questi lavori? E in che modo i Deasonika sono cresciuti attraverso questi dischi?

Anche se i tre lavori hanno colori diversi, c’è un’unica fonte di ispirazione. La sorpresa e la spontaneità con cui i brani sono stati scritti. Ci siamo sempre lasciati trasportare dal flusso delle emozioni per poi ritrovarci in mano molte idee che hanno avuto vita nei dischi. È come se ti lasciassi consapevolmente guidare dalle cose perchè ti accorgi che ti piace la direzione che stai prendendo. Un po’ come essere ubriachi ma lucidi. Siamo cresciuti con la consapevolezza di aver scritto dischi importanti. Questo ci rende orgogliosi e ci fa venire la voglia di stupirci ancora.

Tutta la vostra produzione vanta una cura notevole verso il dettaglio. La parola, in primo luogo, è sempre ricercata e preziosa. La ricchezza delle melodie è incorniciata dalla raffinatezza degli
arrangiamenti. Eppure le esperienze personali precedenti al gruppo affondavano le proprie radici in terreni spesso molto lontani da questo. Come nasce il vostro sound? Quali input vi hanno spinto in quella direzione?

Il sound di una band è sempre il figlio degli ascolti del passato. Avendo ascolti diversi per stile, ma sempre di matrice rock, ne nasce uno molto internazionale. Il primo scoglio da superare in questi casi è quello di avere fiducia nei tuoi compagni di viaggio e di credere che, anche se una cosa non ti appartiene, può migliorare la tua idea iniziale. Gli stili diversi possono convivere nella stessa casa. L’importante è dargli la stessa intenzione. Una band si comporta così, se no… non lo è.

Tu sei l’autore di tutti i testi dei Deasonika. Mi incuriosisce sempre il percorso personale della scrittura. Quando hai iniziato a scrivere, a che tipo di esigenza rispondevi?
Ho sempre osservato più che parlato. Questo mi ha riempito di “fotografie” che avevano un’emozione che riscoprivo ogni volta che le riosservavo. Le parole sono importanti, ma lo è di più il pensiero che le partorisce. Come dire, non è importante quello che dici ma come lo dici. Poi gli eventi, la vita stessa, la voglia di comunicare con una lingua che non è solo tua ma diventa di ogni ascoltatore. Ritrovare nelle parole di altri la tua vita e raccontarla in un altro modo. Scrivere canzoni è un’esigenza che rende felici… anche quando fai piangere.

La lettura può essere fonte di ispirazione. Quali autori o testi consideri fondamentali nella tua formazione di artista?
Mi piacciono i libri di poesia… Whitman, Neruda , Baudelaire. Altri contemporanei. Ci sarà una citazione nel nuovo disco che riguarda uno di loro.

Per i singoli estratti dai vostri dischi avete avuto la possibilità di girare videoclip sotto la guida di grandi registi. Le ambientazioni sono spesso surreali e lo storyboard non è sempre di immediata
comprensione. Partecipate anche voi alla stesura del soggetto? E anche in questo caso, qual è il tuo rapporto con il cinema?

Anche il videoclip è una forma d’arte espressiva. Non ci piace interferire troppo, ci sembra di invadere un campo che ci appartiene solo di riflesso. Ciò non toglie che dove ci sentiamo di dire la nostra lo facciamo. Il rapporto con il cinema? Ci sarà una novità legata al disco.

Di fronte alle realtà musicali della scena alternativa spesso il pubblico si divide in due. Da una parte chi, con una punta di rabbia, grida l’esigenza di parità di diffusione tra generi, difendendo in qualche modo la libera possibilità individuale di scegliere cosa ascoltare o meno. Dall’altra, invece, chi rivendica con orgoglio l’esclusività di quegli ascolti, considerandola parte integrante della
bellezza che tale scena porta con sé. Tu, in qualità di esponente, cosa pensi?

Ti rispondo con una frase che conosci bene. “La mia fragilità nasce dalla tua bellezza, nascondila per me … che nessun giorno la veda più.” Condividere con altri la bellezza di qualcosa può essere fastidioso quando questa ti appartiene in qualche modo. Forse è la paura di rovinarla o infettarla. La gelosia è un’emozione straordinaria. Ma non si vive di solo romanticismo e mi piacerebbe l’idea di avere il mio vicino di casa che ascolta Siouxsie, il mio benzinaio i Cure e parlare del nuovo disco dei Marlene Kuntz con il postino.

Resto in argomento, ma con una provocazione. Giusto qualche sera fa ascoltavo Paolo Benvegnù parlare, con un tono a metà tra la delusione e la rivendicazione, a proposito delle tendenze culturali in ambito musicale che serpeggiano in Italia: lamentava la facilità con cui ci si ricorda con nostalgia di realtà costrette a scomparire sotto la noncuranza del momento in cui si esprimevano. Che cosa dovrebbe cambiare, per poter far sì che la musica torni ad essere Cultura nel momento in cui è tale?
Fino a che ci lamentiamo della situazione in cui siamo sminuiamo allo stesso tempo quello che stiamo facendo. Urliamo la forza della musica come cultura e senza che ce ne accorgiamo lo diventerà
veramente. Penso che nel momento in cui saremo seriamente convinti di questo convinceremo anche gli altri.

Max Zanotti produttore. Da qualche mese ti dedichi a quest’attività che ha portato all’uscita discografica della cantante Nina con il disco The black mill. In che modo cambia il modo di approcciarsi alla musica, quando hai tra le mani qualcosa che non ti appartiene e che non ti coinvolge in prima persona?
È affascinante. È capitato di sentire molte cose in comune con lei a livello umano e musicale quindi è stato semplice, andavamo nella stessa direzione. Forse essendo meno coinvolto emotivamente riesci ad essere più “lucido”. Vedi prima la direzione in cui andare. Importante è non invadere la strada di chi deve correre. L’artista è sempre la priorità.

Per quanto riguarda invece i Deasonika, si attende con ansia l’uscita del nuovo album. La tracklist gira per la rete da mesi. Hai qualche indiscrezione da svelare?
La tracklist non era definitiva ma non si discosta di molto dal disco. Ci sarà una novità legata all’album ma non è giusto parlarne ora. È una bella novità che soddisfa un desiderio che abbiamo sempre avuto.

Un’ultima domanda. Se dovessi consigliare un disco di un artista italiano da acquistare oggi, cosa proporresti?

Uno solo mi mette in imbarazzo, quindi ti faccio due nomi. Diego Mancino e… Nina.

Grazie mille.
A te.

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3 commenti

  1. Wow bella intervista.
    Grandi Deasonika
    Steto

  2. …..”Come scatole che si aprono nel gioco del disvelare senza dire troppo”……
    e così la nostra Valentina usa metafore Heideggeriane a sua insaputa….:il disvelarsi,l’auto-manifetarsi,la non-ascosità dell’essente-presente…..
    “Il pensiero dentro l’uomo”….
    ….

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