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Með suð í eyrum við spilum endalaust – Sigur Rós

Le parole perdono senso, immediato e trasfigurato. Le parole tramutano in suoni ancestrali, parti di una struttura che solo la trasparenza dell’incantesimo sa trattenere. La voce smette il codice razionale dell’intendersi e vibra solo per raggiungere le serrature dell’anima, spalancando e accarezzando. L’aria attraversa la bocca in doppia direzione e prende forme nuove in cristalli d’islandese che dicono al mondo il segreto dell’emozione, senza definire. La forza e la fragilità di quattro elfi delle sospensioni nordiche sono nella volontà di raccogliere la lingua madre e farne un sentiero comune, oltre le convenzioni. I significanti si spogliano e danzano con le note, moltiplicandole all’infinito in un vortice delicato di colori… come fossero il tentativo più infantile e dolce di tradurre un ronzio di fiaba nell’orecchio.
Gobbledigook e Inní mér syngur vitleysingur aprono, osando la gioia che tocca il vertice nelle progressioni di batteria e nelle aperture più solari che la band abbia mai visto nei suoi ricami onirici, dopo i boschi cupi di Von.
Le leggende degli archi delle Amiina. Il silenzio che esplode nei fiati. I percorsi raccontati nelle filastrocche incantevoli del mellotron (Fljótavík). L’estasi e la commozione raggiunte insieme alla London Sinfonietta e al London Oratory Boy’s Choir (Ára bátur): 90 elementi all’unisono mentre le mani sfiorano i misteri dei tasti. La solitudine delle corde di una chitarra in viaggio sui sussurri che conoscono e svelano l’Armonia e la Bellezza (Illgresi). La pura commozione dell’intro di Með suð í eyrum, in bilico tra il pop discreto di Takk e le visioni aeree di ( ). Come un castello di ghiaccio bello da sciogliere al sole con gli occhi innocenti dei bimbi… Góðan daginn. Le altezze delle trame di Festival, che ruba il tempo e lo dilata fino a farne amo per i sogni. Il congedo ripone l’islandese e bacia l’ingelse con la tenerezza della ninna nanna, come un sentimento regalato alla possibilità (All alright).
Heima ha insegnato il gioco dell’acustico svincolato dalle griglie di un’esasperata ricerca e i Sigur Rós disegnano il quinto capolavoro, scegliendo la leggerezza e la semplicità, dettando lentamente il miracolo della musica catturata all’istante, meravigliosamente perfetta nei difetti che la spingono dall’umano al divino volare. L’errore come elemento di fascino che sa eludere il disturbo. Un solo anno per le fasi di scrittura, registrazione e mixaggio. La supervisione di Mark “Flood” Ellis (U2, Pj Harvey, Smashing Pumpkins, Nine Inch Nails) a tendere un filo nel dedalo dei misteri di una band che gioca alla Musica come i Pink Floyd e i Radiohead.
La sincerità e il talento. Il genio e la sua sacralità panteistica. L’intuizione e la virtù dell’altro luogo che smarrisce i contorni e si fa dimensione parallela di flusso dal profondo. Suonando all’infinito.

Credits

Label: EMI Records – 2008

Line-up: Jon Thor Birgisson (vocals, guitar) – Georg Holm (bass) – Kjartan Sveinsson (keyboards/piano) – Orri Páll Dýrason (drums); Amina (quartetto d’archi); Prodotto da Mark “Flood” Ellis; Co-prodotto da Sigur Rós; Registrato a New York City (Sear Sound Studios), a Londra (Assault and Battery Studios ed Abbey Road), a Reykjavik (Alafoss, lo studio della band, come anche in una chiesa di Reykjavik) e all’Havana (Cuba); Artwork (Ryan McGinley)

Tracklist:

  1. Gobbledigook
  2. Inní mér syngur vitleysingur
  3. Góðan daginn
  4. Við spilum endalaust
  5. Festival
  6. Með suð í eyrum
  7. Ára bátur
  8. Illgresi
  9. Fljótavík
  10. Straumnes
  11. All alright

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2 commenti

  1. un sentimento regalato alla possibilità… album difficile, classico, incantevole… poesia ideale… grazie Amalia d’averlo raccontato in maniera così trasparente

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