Home / Editoriali / “Porterò il mio cuore a danzare nel cielo quando la vita mia nulla sarà”: intervista a Simone Stopponi (Pedro Ximenex)

“Porterò il mio cuore a danzare nel cielo quando la vita mia nulla sarà”: intervista a Simone Stopponi (Pedro Ximenex)

C’è un gruppo che partendo da Orvieto con le sue note ha un po’ riscattato il concetto di musica pop: i Pedro Ximenex.
Abbandonati Come Se
, la loro ultima produzione dopo il cd d’esordio
Che Fretta C’era, è un album fresco, divertente, che ti fa rilassare e sognare.
LostHighways ha colto l’occasione per fare qualche domanda a Simone Stopponi, voce, chitarra elettrica e acustica del gruppo, e farci portare a scoprire il mondo dei Pedro Ximenex.

Intanto vi ringrazio per la disponibilità. Partiamo con una domanda sul vostro nome, Pedro Ximenex. Ho letto che l’avete preso in prestito da un vino spagnolo, che avete pure fatto un tour eno-musicale in cui univate la vostra musica alla degustazione di questa bevanda. Cosa vi ha portato a scegliere proprio questo nome?


Esatto, il Pedro è uno sherry, in più ci piaceva il fatto che suonasse come un nome e cognome.
Siamo tutti molto appassionati di vino e cucina, il nostro trastullo preferito è organizzare cene con ricette complicatissime e abbinamenti arditi.
All’inizio portavamo sempre una bottiglia di Pedro ai concerti da far assaggiare a tutti, poi la cosa è diventata dispendiosa.
Ai tempi del primo disco invece una cantina di Orvieto ci ha sponsorizzato regalandoci diversi cartoni di vino che offrivamo agli spettatori, va da sè si creava subito un’atmosfera più conviviale e rilassata.
Attualmente stiamo cercando di affrancarci da questo connubio, per riportare l’attenzione più sulla musica.

Provenite dall’unione, se così si può dire, di due gruppi musicali, i Niumonia e Il Pianto Di Rachel Cattiva e all’inizio eravate addirittura in nove! Credo che non sia stato facile far andare d’accordo così tante teste, infatti poi siete passati anche attraverso, perdonatemi il termine, “tagli del personale”. Qual è stato il percorso che vi ha portati ad essere i Pedro Ximenex di oggi?
Tutte le separazioni avvenute nel gruppo sono state dolci, e decise sempre dai diretti interessati.
Possiamo affermare che i “reduci” rimasti sono quelli più motivati, e per questo oggi è più facile lavorare, soprattutto in fase compositiva e di arrangiamento, tant’è che stiamo scrivendo il terzo disco interamente a 10 mani.
L’entrata di Emanuele al basso ci ha dato poi un’ulteriore spinta: ci divertiamo come quindicenni, e questo già si può avvertire in concerto.

Ascoltando il vostro album Abbandonati Come Se, sembra un po’ d’immergersi in una dimensione onirica, sensazione rafforzata dal booklet con le immagini di voi immersi nel mondo dei sogni. I testi, le sonorità sono molto freschi e un po’ retrò. Cosa ha influenzato il suono dei Pedro Ximenex?
Come immaginerai dal composto un po’ schizofrenico dei nostri dischi, musicalmente siamo onnivori. Il disco è uscito fuori molto leggero, onirico sì, è registrato in primavera in un momento in cui eravamo evidentemente rilassati.
Il book interno è un rimando alla copertina dove nel cartoncino appeso alla maniglia c’è il titolo anziché la famosa scritta “non disturbare”, in pratica siamo noi dentro la stanza che dormiamo beati.

Com’è stato l’incontro con la Jestrai che ha deciso di distribuire il vostro album?
Con Mari e il suo attivissimo entourage siamo vecchi conoscenti, spesso le nostre strade si intrecciano, stavolta il trait d’union è stato Max di True.
Loro stanno facendo un gran lavoro, il nostro dischetto campeggia in tantissimi negozi della penisola.

E per il futuro? Come si vedono i Pedro Ximenex, cosa dobbiamo aspettarci?
Stiamo scrivendo il terzo disco e a breve registreremo un promo per cercare dei partners per farlo uscire.
Come genere stiamo virando un po’ verso gli anni ’70, un ritorno di fiamma per pezzi un po’ meno lineari e suoni più duri e psichedelici.
Altro risultato del nuovo lavoro in sala prove è che quasi tutti i brani saranno cantati a due voci e non ci spartiremo più le tracce come in passato.
Comporre e fare uscire dischi è diventata una specie di dipendenza per noi, e come tale è una autentica disgrazia per le nostre finanze, ma ci diverte troppo.

Ho visto che state portando la vostra musica in giro per l’Italia. Come sta andando?
Siamo stati un po’ al nord e in qualche radio a far sentire i pezzi nuovi, il pubblico non è stato numeroso, ma ha risposto bene, anche perchè ora abbiamo un impatto live parecchio più efficace.
L’estate ci vedrà impegnati in diversi festival e concerti, le date a venire le trovate sul nostro MySpace.

Un’ultima domanda: pensate che MySpace, Youtube, il sistema alternativo Creative Commons, insomma, che i mezzi, diciamo così, “virtuali” di diffusione della musica siano avvero d’aiuto agli artisti?
Il vecchio sistema è ormai alla frutta, il problema è che siamo in un momento di passaggio, ancora poco rodato e regolamentato.
Quando il nuovo modo di veicolare la musica e la creatività prenderà piede, la perdita del supporto non potrà che risultare positiva, soprattutto per noi gruppi di base, però al momento ne cogliamo soprattutto gli effetti negativi: case discografiche che licenziano, chiudono i loro uffici in Italia e chiaramente non investono più sulla diversità e sui giovani talenti.
Noi, appartenenti alla generazione del demo-tape, confessiamo un po’ di nostalgia per l’ormai desueto cd, con picchi di senilità che arrivano a riconsiderare seriamente la stampa su vinile del prossimo disco, dal già programmatico titolo:
Il nostro disco che suona.

Vi ringrazio ancora per aver accettato di raccontarci un po’ di voi e vi faccio un enorme in bocca al lupo per i vostri progetti futuri!
Grazie Katia di cuore.

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