Home / Recensioni / Album / Penelope – Moleskin

Penelope – Moleskin

Mentre Ulisse superava il mare, gli uomini, la cattiveria, la tentazione, il dolore, Penelope ogni notte disfaceva la sua tela. In silenzio. Ferma, immobile, muta, devota.
Immagino mani tremanti, immagino occhi di luce instabile, e la speranza a morsi nel petto. Immagino questo, immagino il canto di sirene contro il suo tacito pregare. E musica nata non per afferrare, ma per avvicinare, sfiorare, riempire.
Quello che vedo nei Moleskin è la delicatezza, la pelle nuda, l’antitesi di quei lavori industriali di elaborazione sonore, che diventano culto, che sono solo prodotti.
Vedo Penelope e la sua tela. La dedizione, l’amore, l’attenzione.
Non è necessario rincorrere la difficoltà, l’estremismo, l’astrattismo, la prepotenza per imporsi.
Accade che un’atmosfera ad occhi bassi riesca a dimostrare la differenza tra la qualità, la bellezza e la sterilità, l’estetica.
E’ superfluo raccontare di parole che raccontano. Quando l’arte è libera, è arte. Libera.
Comincio a rendermi conto inizia col farci conoscere l’arte musiva di Marco Mencarelli, che fa dell’invisibile ogni colore, con parole fermate, allungate, allargate da un rock subacqueo, diverso, sinuoso, insinuante.
“Nell’ombra divento altissimo e il vento confonde i miei confini. Rivoglio l’infallibilità di mio padre.”
Diventare la stessa entità passandosi attraverso e poi essere di nuovo di fronte, uguali, ma di fronte.
In luce nasce da suoni di pendagli magici d’arcobaleno. Così nei miei occhi. Così posso credere ciò che voglio quando trovo magia. Quando non voglio dare nome a niente. “Se la sua velocità raggiungerò in luce mi trasformerò”. Forse l’abilità dei Moleskin sta proprio in questo: nel ricreare quelle emozioni che tutti conosciamo e che vorremmo fermare, e non nel creare suggestioni perfette che però non ci appartengono.
Cosa puoi è un brano che mi ha colpito subito. Non si può spiegare ciò che uccide, ciò che dà vita. Non si può porre limiti ai limiti. Non può farlo chi non conosce limiti.
Il suono della batteria scandisce il dondolare dei pensieri, lo interrompe bruscamente, lo accompagna variando fino ad Amo le persone che. In tre frasi c’è la comprensione, l’esperienza che conduce alla scelta, alla rivelazione della verità, alla conferma di ciò che è necessario.
E poi lamenti, respiri presi, respiri lasciati, parole troncate, parole scandite, eppure è solo una frase. E’ la sintesi. Volti. Incostante e breve, di immediatezza d’illuminazione. Così come una visione rapida è Leggero.
Intagliata su vortici di musica eterea, poi crescente, poi frenetica e sospesa. Perché si dovrebbe ascoltare ogni cosa con venerazione. E capire che capire accresce la frenesia del sopravvivere.
Come se ripete un concetto per convincersene, per renderlo vero, per affermarlo a se stessi. “Muoversi come in decumano il sole”. Un altro testo breve che lascia spazio all’eloquenza completa dei suoni.
Segue Voglio muovermi. A mio avviso il brano migliore del disco. Basterebbe vivisezionarlo, per comprendere che ogni dettaglio è perfetto a sé. E che l’insieme va a chiudere il cerchio, mentre ogni ricamo, ogni sfumatura ha vita e si intreccia alle nostre vite. Aderendo e cernendo le sensazioni più celate, nel fondo e altissime. “Coprimi di foglie ruvide cospargimi il mento di petali”. E’ concavità e raggio. Immoralità e santità.
Un giorno, il cui testo è scritto da Matteo Bianchini, è il brano che invece sento più mio, più riconoscibile, più vicino al mio linguaggio. Immediato, carezzevole, delicato, dedicato. Stringe i polsi e disegna in aria le immagini. “Soffi di rumore bianco dietro le parole”. Li sento. E non so spiegarli. Esistono, ci sono.
L’album si chiude con Se fosse. “Mi sento poco adatto per controllare pioggia e mani”. Quando la bellezza tocca le parole e vorresti esprimere al meglio il meglio, rischi di diventare barocca, di sporcare, di rubare, di privare. Questo album può solo essere ascoltato con la fiducia dell’abbandono. Come sprofondare in un letto che cancella la fatica e ti prepara al sole.

Credits

Label: Micropop/Jestrai 2008

Line-up: Davide Besi (batteria, percussioni, metallofono) – Matteo Bianchini (basso, contrabbasso, clarinetto, chitarra, voce) – Enrico Lorenzini (chitarra elettrica, chitarra acustica, piano) – Marco Mencarelli (voce) – Andrea Ottaviani (chitarra elettrica, chitarra acustica, armonica)

Tracklist:

  1. Comincio a rendermi conto
  2. In luce
  3. Cosa puoi
  4. Amo le persone che
  5. Volti
  6. Leggero
  7. Come se
  8. Voglio muovermi
  9. Un giorno
  10. Se fosse

Links:Sito Ufficiale,MySpace


Ti potrebbe interessare...

SAN113LP_12Dprint_

Niente di nuovo tranne te – Andrea Satta

A quasi dieci anni dall’ultima prova dei Têtes de Bois, Andrea Satta approda al suo …