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Sperimentazione punk preservando la forma canzone: intervista ai Drink to me

L’attenzione che LostHighways sta rivolgendo ai Drink to me si completa con quest’ intervista, realizzata in occasione del live al Jail di Napoli. Dal liceo al debut-album Don’t Panic, Go Organic!, dalle autoproduzioni agli studi londinesi sotto l’egida di Giorgio Pona (tra gli altri) alla produzione artistica e di Andy Savours (The Horrors, Killers, Blonde Redhead) al mixing… il sentimento dell’amicizia continua a legare un gruppo di quattro ragazzi che ci stanno provando, divertendosi.

Com’è nato il progetto Drink to me?
Noi siamo prima di tutto un gruppo di amici. Eravamo quattro, adesso siamo orfani di un chitarrista ma proprio perché crediamo molto nel valore dell’amicizia stiamo aspettando il suo ritorno e non ci ha sfiorato minimamente l’idea di sostituirlo. Il progetto è iniziato nel 2002, suonavamo in vari gruppi ai tempi del Liceo. Abbiamo iniziato a registrare quattro Ep i cui suoni miglioravano sempre più (ancora oggi provo profondo orrore per come ne abbiamo mixati alcuni!). Esperienza dal vivo la stiamo facendo ultimamente e… all’inizio è sempre più difficile.

Oggi c’è un’inversione di tendenza rispetto al passato: prima si iniziava con tanta gavetta live e poi si approdava ad un primo demo mentre ora si fa il contrario…
E’ verissimo. Anche con il MySpace ti autopromuovi e forse la cosa è un po’ triste. Comunque la nostra attività live è intensa, non abbiamo il tempo di passare in saletta e questo è molto importante in questo momento per i Drink to me. Abbiamo iniziato solo con il piacere di scrivere canzoni per noi, poi c’è stato un momento in cui abbiamo avuto la consapevolezza che stavamo realizzando qualcosa di esplosivo. Questo è successo in particolare una sera che riascoltavamo Insane e ci siamo autocompiaciuti di quello che avevamo creato. In quel pezzo si sperimenta punk preservando la forma canzone.

Infatti appena si ascolta il vostro disco non si riesce a catalogarvi e questa è una cosa molto apprezzabile di questi tempi…
Questa cosa è anche molto rischiosa…

Casomai per il mercato italiano ma non penso all’estero, il vostro disco è sicuramente più di esportazione…in Italia sarebbe d’importazione.
Giustissimo noi abbiamo suonato senza canovaccio stilistico.

Questo lo si nota perché avete un’identità rispetto ad altre band taliane di ugual genere. Mentre in molte band si riconosce subito l’archetipo Arctic Monkeys o Bloc Party, in voi ci sono anche queste sonorità ma ben dosate con il passato new wave più alla Joy Divisions.
Esatto. Precisa analisi.

Il disco non è noioso. Vi sono molti stop and go che forniscono una varietà di colori veramente intensa…
Questa è stata una scelta voluta. La scaletta del disco è costruita con questo obiettivo. Si parte con un primo pezzo che è un vero mattone, poi si prosegue con il secondo veramente radiofonico alla MTV per poi approdare al terzo di stampo country molto schizzato che è fantastico in versione live.

Come nascono pezzi come Desert Eye?
Nascono così… sono molto ironici i nostri testi. Sembrano politici ma non lo sono. Molti testi li abbiamo chiusi lì a Londra in fase di registrazione dove c’era gente che poteva ben guidare in tal senso.

A proposito di Londra com’è stata quell’esperienza per voi che siete partiti dall’autoproduzione casalinga?
E’ stato un delirio. Non avevamo l’obiettivo di fare un disco con una megaproduzione fighetta. Giorgio Pona ci ha detto: “voi siete grezzi quindi deve uscire un disco ben registrato e mixato ma al tempo stesso con sonorità bastarde”. Quindi abbiamo registrato molti pezzi senza click, senza inseguire la precisione e molti pezzi sono stati registrati in pieno stato di ubriachezza. Il delirio di tastiera dell’ultimo brano è stato registrato alle sei del mattino completamente fradici. Diciamo che dove si poteva si sballava ma dovevamo comunque essere precisi nella registrazione!

I pezzi comunque non mi sembrano totalmente squadrati…
No, solo che abbiamo anche voluto lasciare delle cappelle qua e là non so come si dice qui a Napoli…

A Napoli si dice felle (ndr imprecisioni tecniche nel suonare qualche accordo!).
E com’è stata la cover di David Bowie?

Diciamo che abbiamo scelto quel pezzo strumentale in modo tale da non cimentarci nella sua potenza vocale ed abbiamo affidato il tutto all’originalità della batteria. Per noi è inarrivabile.

Mi ha colpito molto l’artwork. Soprattutto gli accenni al costruttivismo, è un riferimento ai Franz Ferdinand?
L’idea ed il progetto sono stati del nostro batterista. Non ci siamo rifatti a nessuna corrente. La copertina era un quadro del padre di un nostro amico che ben si sposava al titolo del disco. Il minamilismo del bianco esterno e l’esplosione di colori all’interno ci sembrava un’ottima contrapposizione.

Quanto conta MySpace?
E’ importante perché il numero di date che abbiamo fissato in Italia lo dobbiamo al MySpace. Il numero di amici non è la realtà, conta che questo canale serva esclusivamente a mettere in contatto artisti con artisti e a far nascere belle cose come quando a Firenze ci siamo ritrovati con i Bud Spencer Drunk Explosion.

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