Home / Editoriali / Tra le voglie più pregiate, i ricordi sussurrati, un confine mai tracciato: intervista agli Ig

Tra le voglie più pregiate, i ricordi sussurrati, un confine mai tracciato: intervista agli Ig

Dalla scorsa primavera il Bastian contrario, figlio di Ivana Gatti e Gianni Maroccolo, inscrive le sue carezze sulla pelle di chi si accosta alla sua musica, sussurra con levità una meraviglia che assume forme caleidoscopiche ed apre universi di senso che si ancorano al sentire. Due lettere, IG, a sigillare e rendere dicibile un incanto che sa nientificare le differenze che restano barriere perché nel dialogo si mostrino comunicanti e si arricchiscano reciprocamente, facendosi suolo per quelle vie pro-tese verso la bellezza. Ci accostiamo a questo pregevole progetto con desiderio di comprensione.

La vostra sensibilità attraversa molteplici generi musicali ricordando che la bellezza accade al di là di qualsivoglia limitante definizione che finisce per esistere solo come mera etichetta. A ricordarlo c’è anche la natura dei vostri concerti, una danza in equilibrio tra l’arte visiva, il teatro e l’happening, ci sono le 12 opere di videoarte che accompagnano l’album. Tutto questo sta a dichiarare un’attenzione fatta d’amore e cura per l’arte che sa ignorare le barriere lasciando convivere le proprie diverse anime?
I. Gatti: Sì, l’amore è alla base di questo progetto. Le nostre due anime sono sostanzialmente diverse, ma un destino silenzioso le ha unite e fatte camminare insieme nella magia infinita della musica. Essendo nato tra me e Gianni un rapporto anche profondamente umano, ci sembrava doveroso far fiorire questa simbiosi artistico-umana anche attraverso forme d’arte non puramente legate alla musica; dunque sono nati i video-art e tutte le altre suggestioni creative che ruotano intorno a questo progetto.
G. Maroccolo: Sì. Sta a significare questo e molto altro ancora. Ricercare di esprimere noi stessi così come siamo senza tendere al basso. Un percorso assai difficile e tortuoso, ma sinceramente vissuto da me e Ivana a tal punto da metterci in gioco in modo totale; sia tra di noi, sia verso tutte le forme d’arte e comunicazione con le quali, molto umilmente, cerchiamo di interagire.

Una testimonianza d’amore per la bellezza che si aderge ben oltre i nomi e i generi è la vostra partecipazione al Festival Bastian Contrari, che, prendendo nome proprio dalla vostra opera, coniuga poesia, musica, teatro, pittura, cinema e fotografia per delineare percorsi lungo i quali ri-scoprire il gusto del perdersi, del trovarsi incoerenti e privi di certezze. Avete piacere di svelarci qualcosa in più sul cuore di questa iniziativa?
I. Gatti: Il Festival dei Bastian Contrari è qualcosa di speciale per me perché rappresenta un nuovo modo di concepire la mia creatività. Camilla Ronzullo, l’ideatrice del Festival ed ora gestito in questa seconda edizione insieme a Clelia Bos, ha dato vita a qualcosa di speciale, facendo convivere la poesia, la musica, il teatro e la pittura e permettendo la totale libertà d’espressione, senza porre confini tra un’arte e l’altra.
Vi è poi la partecipazione di artisti come noi, che per l’occasione creeranno qualcosa di unico e si intrecceranno con esponenti di altre “arti”, per dar vita ad una speziata performance fuori programma.
Questa è la bellezza dei Bastiani: la libertà d’esprimere… qualcosa che non si pensava d’avere.
G. Maroccolo: Questo festival è una scommessa di Camilla e va esattamente nella direzione intrapresa da IG sin dall’inizio. Assolutamente affine a quanto dicevo prima, ovvero: il tentativo sincero di dare voce ad “altro”. Al di là del coinvolgimento personale tra noi e Camilla che si dedica a Bastian Contrario, non potevamo non dare il nostro piccolo contributo alla causa… Certo, il vizio capitale a noi assegnato non è semplice da portare in scena, ma stiamo preparando un set molto coinvolgente…

Dopo aver partecipato alla prima edizione del festival, il prossimo 28 febbraio, salirete sul palco dando voce al quarto vizio capitale, l’ira. Questo percorso scelto tra i vizi ed oltre essi, mi rammenta la necessità che Hegel riconosceva alla “devastazione assoluta”. Per raggiungersi e raggiungere l’assoluto bisogna anche imparare ad andare contro se stessi, a farsi antitesi di sé. La de-costruzione è un percorso importante per l’individuo, ma anche per l’arte… bisogna saper levare… levare moralismi perché si presenti un’etica, orpelli perché si disveli l’essenza. Nella vostra musica il levare ha un ruolo? E conosce la ferocia?
I. Gatti: L’ira è un sentimento che spesso mi invade il cuore vestendomi tutta di cremisi. Aristotele non parlava male di questo vizio: senza la sua iniziale forza, forse poco si sarebbe fatto. Io stessa ne sono una velata rappresentante! Ad esempio nell’amore. Quando si ama un essere, che mai potrà essere nostro fino in fondo, ”l’ira diventa padrona” di questo cortometraggio: tanto è maggiore la passione iniziale che ti spinge verso quell’essere amato, tanto lo sarà il bisogno poi di dare sfogo a questo sentimento “che te lo fa distruggere”, “per la necessità d’andare altrove “. Perché per andare altrove bisogna abbandonare quel terreno amato, vedendolo cadere a pezzi per nostra stessa mano. Quale manifestazione migliore per allontanare l’oggetto dei nostri desideri? L’ira e tutte l’ espressioni che la rappresentano…
G. Maroccolo: Beh, nella musica di IG il “levare” è certamente presente, nelle intenzioni e spesso anche nella pratica. Un processo che prevede, come in tutti i progetti di insieme, di fare dei passi indietro, ricercando l’essenza e un certo tipo di “minimalismo”, ovviamente non formale ma di sostanza. E tale processo ogni tanto non può che passare attraverso la “ferocia” e perché no, attraverso l’ira… Può sembrare banale, ma in fondo per noi musicisti, ogni scarrafone è figlio a mamma sua! Ma devo dire che l’Ira è anche portatrice di verità, di vita, di amore.

I testi sembrano fatti d’immagini, ogni parola evoca mondi e un altrove onirico, generando visioni, quasi come se la scrittura fosse quell’invisibile, tale solo agli occhi di carne, necessario al visibile per essere. Ivana Gatti, che ne è madre, di quali visioni si nutre? Tra cinema, fotografia e videoarte ci sono sguardi che ti hanno dato delle suggestioni determinanti, feconde?
I Gatti: Non sono un’appassionata di lettura: leggo poco, ma quel poco che mi cattura mi permette di ricordare certi passaggi simbolici che poi utilizzo nella mia vita; non sono un’esperta di cinema: i pochi film che mi colpiscono diventano miei attraverso il ricordo di certe immagini, di certe sfumature interpretative. Mi piacciono dunque “le immagini-le visioni-le suggestioni”, mi piace osservare tutta la vita che mi circonda, amo scavare, oltre le apparenti-semplici parole, nel vissuto di persone che mi suscitano curiosità, perché è da lì che scatta la mia analisi profonda ed esoterica “su di essi”… “su me stessa”. E’ da lì che si aprono scenari veramente ispirativi e onirici. Da anni poi mi appassiono ad un certo tipo di ricerca spirituale che va al di là della pura realtà fisica. Quando c’è una situazione favorevole, amo “ sperimentare”, seminando “fiori strani” in giardini regolari. E poi puntualmente ne osservo le conseguenze… spesso felici, altre volte un po’ meno.

La canzone Sotto Sotto è accompagnata da questa riflessione che dal margine la illumina: “Le anime si riconoscono ancor prima che le persone si conoscano”. Per Gianni Maroccolo, autore di alcune delle pagine più belle della nostra storia musicale, “riconoscere” l’anima di Ivana Gatti cosa ha rappresentato?
I. Gatti: Anche se non dovevo risponderti, posso però affermare che negli ultimi tre anni di frequentazione comune i suoi capelli si sono nettamente imbiancati
G. Maroccolo: Un fulmine a ciel sereno, l’arrivo di Ivana nella mia vita. Così si potrebbe definire il nostro incontro, anche se in realtà è stato da subito evidente come invece niente stesse accadendo per caso: io e Ivana ci siamo riconosciuti ancor prima di incontrarci e di fare musica insieme e questo riconoscersi ha generato una grande voglia di scoprirsi e di conoscersi nel profondo. Ed è questa continua ricerca che genera l’energia che alimenta IG. IG non è solo musica.

Il vostro album è uscito nell’anno in cui l’attività più che ventennale di Studio Azzurro è stata celebrata ed onorata con uno splendido volume corredato di due dvd sui videoambienti e sugli ambienti sensibili. Gli scritti raccolti per quest’occasione sono stati intrecciati e tenuti insieme dalla penna di Bruno Di Marino che ha impreziosito anche il booklet del vostro album con una riflessione sul lavoro di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii. C’è in effetti qualcosa che accomuna la vostra arte e quella del collettivo Studio Azzurro, l’accostamento e la fusione tra dimensioni di bellezza e linguaggi tra loro diversi. Cosa dona a voi questo dialogo tra discipline e cosa vorreste che donasse a chi vi sente?
G. Maroccolo: Direi della “sana incoscienza” mista ad un’onestà intellettuale al di sopra di ogni sospetto. Ci approcciamo a questi universi nello stesso modo in cui da bambini si scoprono le meraviglie della vita e se ne rimane ammalliati. Un gioco in cui sono la ricerca prima, e la scoperta poi, a generare stimoli oserei dire “primordiali” e spesso più emozionali/umorali che consapevoli. In sintesi, prima produciamo qualcosa e poi cerchiamo di comprendere cosa abbiamo fatto, cosa ne è scaturito, cosa il nostro incontro con altri artisti ha generato. Ben lontani quindi da ogni aspetto formale.

Nell’anno appena trascorso ha visto la luce la vostra opera, Bastian contrario, ed entrambi, Ivana Gatti e Gianni Maroccolo, avete contribuito alla bellezza di Uno, un ulteriore vertice raggiunto dai Marlene Kuntz. Questo dialogo, la vostra com-partecipazione, cosa ha deposto in voi?
I. Gatti: I Marlene Kuntz li ho conosciuti attraverso l’alchimista Gianni Ma roccolo. Il nostro approccio fu inizialmente alquanto timido: ci annusammo a vicenda per un po’, giusto il tempo utile per capirci. Fu proprio attraverso le registrazioni dell’album Uno che scoprii il mondo artistico dei Marlene. Quando ascoltai i loro provini dissi: “Gianni i brani mi piacciono, penso che i Marlene siano “baciati dal sole” (prima erano a mio avviso più abbracciati alla luna) e penso che siano ad una svolta”. E così mi pare stia avvenendo.
Cosa ha deposto in me la nostra com-partecipazione? Direi il piacere di condividere con delle persone sensibili la forza aggregante della musica. In certi cantati, non riconoscevo la mia voce perché si fondeva perfettamente con quella di Cristiano Godano: questo a significare l’esserci totalmente in quello che stava avvenendo. E’ un’esperienza sicuramente da ricordare: mi ha fatto scoprire la bellezza di nuovi dipinti e mi ha fatta crescere, aggiungendo una sensibilità maggiore nel mio personale percorso di vita e artistico.
G. Maroccolo: Tutto è avvenuto in modo naturale. I MK avevano desiderio di sperimentare e di fare un disco diverso, io mi ci sono buttato a pesce, ben felice di poter sperimentare con loro. In quel periodo iniziammo con i MK a fare delle sonorizzazioni per film e loro chiesero ad Ivana (dopo aver scoperto IG) di essere la vocalist di queste performance. Da lì tutto è avvenuto in modo naturale, fino alla collaborazione di Ivana in Uno. Difficile dire cosa abbia lasciato in noi questa collaborazione perché è ancora in atto, ma posso dire di essere molto orgoglioso di Uno e dei MK, ma anche di quanto io e Ivana siamo riusciti a dare e stiamo dando ai loro progetti.

È percepibile la cura con cui nutrite il vostro progetto, la si avverte fin nella pagine, uno scrigno di carta che custodisce parole e riflessioni, immagini da sognare, occasioni di visioni. Ciò contribuisce alla preziosità dell’opera, ne costituisce un elemento essenziale e non un ornamento. Non è forse proprio questa cura, quest’attenzione rivolta al disco da intendersi come oggetto fisico, abbracciabile dalle mani e dagli occhi, a poter far sentire la sua voce nella questione sulla crisi del mercato discografico? Si parla molto delle vendite sempre troppo esigue, della possibilità che un domani il disco in quanto supporto scompaia, ma un modo per invertire la tendenza non potrebbe risiedere nel far essere il disco ciò che è, ciò che può essere: un’opera d’arte?
I. Gatti: In merito ti posso solo dire questo: l’arte in generale ha assunto nella vita delle persone un’importanza diversa rispetto a dieci anni fa. Non potrà esistere un mondo senza musica o senza suono, ma bisogna anche ammettere che lo stesso mondo si trova totalmente assorbito in essi, tanto da creare una sorta di saturazione e un deprezzamento del valore della musica stessa. All’estero, in posti come l’ Africa o l’ Islanda, questo problema non c’è, perché là regna un altro stile di vita e la musica è in grado ancora di creare una sorta di terapia, un’armonia davvero utile per stare meglio. Qui la terapia si fa attraverso l’uso di droghe sciocche, shopping sfrenato, sesso a go-go, cazzate su cazzate estetiche-esteriori. Uno si sente sicuro se possiede le cose elencate qui sopra, perché si sente parte di un sistema, ma è un sistema destinato a crollare… e già, permettimi di aggiungere, si vedono i primi scossoni. Tutto sta andando in una direzione “usa e getta”, credo che in un futuro abbastanza prossimo si sentirà il bisogno di un terremoto, solo così si potrà ripartire con nuovi propositi. La musica avrà il valore che noi saremo in grado di dargli.
G. Maroccolo: E’ una battaglia contro i mulini a vento, ma credo sia possibile. Perlomeno può valer la pena ancora provarci per quanto sia davvero complesso parlare oggi di “arte” con l’A maiuscola. Una cosa è certa, IG, anche grazie a Toni Verona e alla sua Ala Bianca, ci sta provando, ma in mezzo ad innumerevoli difficoltà facilmente immaginabili.

A vostro avviso quanto pesa in questa problematica la scarsa cultura musicale, ed artistica in generale, che caratterizza la nostra società? “Educare” all’arte non potrebbe voler dire occasionare un pubblico (e quindi un’umanità) non semplicemente più attento, bensì più cosciente?
I. Gatti: Hai detto la parola chiave : PRENDERE COSCIENZA. Se c’è una realtà così atroce, è perché tutti abbiamo contribuito a renderla tale. Non siamo certo un popolo unito, ognuno tira l’acqua al proprio mulino e non si preoccupa minimamente di capire quello che lo circonda. In primis dovremmo essere noi, singoli individui a risvegliare la coscienza individuale attraverso uno sforzo sulla nostra volontà. Mi viene in mente una frase di una canzone di Battiato che dice: “e per un istante ritorna la voglia di vivere ad un’altra velocità…” Ecco, credo che il segreto stia anche nella velocità in cui si affronta la vita. Perché non ci prendiamo delle pause per riflettere? Perché agiamo velocemente, senza avere il quadro completo delle cose? Perché la parte più bassa dell’essere umano, cioè l’istinto, deve sempre avere il potere d’azione sul nostro corpo? Perché non siamo in gradi di gestirlo e canalizzarlo al meglio per evolvere, invece che fermarci alla prima soluzione? Ogni tanto mi appare questa immagine quando sono sul mio divano, lo stesso che Gianni ha soprannominato pensatoio: “bisognerebbe essere scattanti come giaguari, lucidi e meditativi come monaci zen, curiosi e temerari come bambini”. Forse così riusciremmo davvero a fare quel salto di qualità verso una svolta costruttiva e lungimirante, anche nella fioritura di un nuovo concetto di musica.
G. Maroccolo: E chi dovrebbe insegnare? E soprattutto, come? Da sempre l’arte arriva agli esseri umani attraverso la ricerca personale. La ricerca d’arte è un desiderio intimo, uno stato d’animo che permette il magico incontro tra chi ha necessità di esprimersi attraverso l’arte e chi invece se ne vuole nutrire. Credo che sia fondamentale rendersi conto del momento storico che viviamo, del progresso, della globalizzazione e della morte delle ideologie. E’ certo che in un contesto simile divenga più complesso “incontrarsi”, ma non impossibile.

Senza alcun dubbio un ruolo, all’interno di questo discorso, lo detengono le nuove tecnologie. Internet con tutte le sue molteplici possibilità rappresenta un’ottima occasione di diffusione e comunicazione lì dove non restano assenti l’educazione e il rispetto, lima le distanze, accosta e permette di mettersi in ascolto di realtà altrimenti forse irraggiungibili. Qual è il senso che hanno per voi le possibilità rappresentate dalla rete?
I. Gatti: Se non si passa dall’altra parte, cioè usando questo mezzo in modo insano, la comunicazione potrebbe dare senz’altro buoni frutti.
G. Maroccolo: Esatto. La rete è uno dei mezzi “attuali” e ben radicati in questo contesto storico sui cui “incontrarsi”. Le possibilità sono infinite, ma come al solito, dipende da ogni singolo individuo utilizzare la rete nel modo giusto. Il web può essere un oceano dove perdersi o un’isoletta sconosciuta in mezzo all’oceano a cui attraccare.

Un’ultima domanda dettata dall’incanto provato durante il vostro concerto all’Auditorium, a Roma. Avete presentato una nuova canzone, vi state quindi già dedicando ad una nuova opera? Vi è possibile svelarci un poco della sua anima che sta prendendo forma?
I. Gatti: Ti amo Ti Ricamo… è solo un piccolo assaggio. Abbiamo tante idee, stiamo cercando di sedarle per non bruciarle, ma certo c’è un forte fermento che ci sta facendo incontrare altre energie. Non amo però parlare di un qualcosa che non è ancora avvenuto.
G. Maroccolo: IG è costantemente in movimento. Si sta producendo nuova musica, è vero, ma senza (almeno per ora) una finalità precisa. Tante idee bollono nel pentolone, ma come sempre prima si crea e poi vediamo cosa succede.

Ti potrebbe interessare...

epo_small

Il viaggio di Enea : intervista a Michele De Finis (EPO)

Tornano dopo ben tre anni dall’uscita dell’EP Serpenti. Il ritorno è sorprendentemente in lingua napoletana, …

Un solo commento

  1. Quest’intervista è un incanto. Un capolavoro. Grazie agli IG. Per uscire dalla tempesta c’è bisogno di artisti come voi.

Leave a Reply