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Il porto sepolto – Andrea Chimenti

Un libro di vellutata carta, che un palmo di mano aperta abbraccia, custodisce una poesia sorta da acque profonde, manto di sali e vortici che avviluppa il sogno dell’antico porto di Alessandria d’Egitto. Lì dove la terra s’abbandona al mare, dove soccombe come arrendevole amata alla più dolce delle strette, resta, ad ornare il fondo, una fessura da cui sbocciano bolle d’ossigeno che nuotano danzando dagli abissi fino a congiungersi col cielo, tras-formando l’aria e l’acqua in poesia.
È da quella crepa, ferita e sorriso insieme sepolti sotto le onde, che si leva “ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile”: il mistero sommerso nel mare del mondo e nella carne dell’uomo cantato con la parola muta da Ungaretti. Andrea Chimenti alla silente parola del poeta dà voce, col tocco delle dita apre il corpo del linguaggio suggendone la musicalità stillata per farne canto. Il porto sepolto, scrigno di naufragi, di luoghi straziati e attimi d’amore, di lacerazioni e purezze, si fa dimora di viole e violini, si fa musica.
Il disco, ammantato dalla bianchezza dei fogli, si fa pagina tra le pagine, una delle braccia tese con cui ci cinge un libro che ha battito e voce udibili, un libro che è traccia di una bellezza viva. Il suono, che evoca la massa d’acqua attraverso la quale si scoprono in forma nuova i raggi di luce, è un bagliore catturato nell’istante in cui come alba è sorto, è la memoria di una dimensione in cui l’inchiostro colato dalle mani di Pascoli e Ungaretti, di Buzzati e Tolstoj s’è fatto volo. La musica accolta dal cerchio argentato, prima di fermarsi tra i suoi riflessi di madreperla, ha vagato, percorso strade e portato fin negli angoli la parola scelta, accudita, cantata. Dopo questo lungo viaggio, resta la sonorità che respira e dà respiro ai versi del poeta cresciuto tra i profumi di un forno affacciato sui confini del deserto.
I segni/sensi, lasciati su “cartoline in franchigia, margini di giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute” e riposti in un tascapane, si sono fatti luogo d’incontro tra le oscurità degli abissi e le luci delle terre mediterranee, traccia di una confessione che non ha temuto il soffermarsi sui limiti e gli slanci dell’uomo, sulla dialettica tra il nulla e l’essere, giacché più di tutto anelava il contatto col segreto. È questa tensione verso l’indicibile che fonda il linguaggio a farsi canto attraverso la gola di Chimenti. La tremenda fatica della parola, che non cede alle sconfitte perché sa che un naufragio può essere partenza, il mistero della lingua e la “tortura deliziosa” (Henry Miller) della scrittura prendono forma di soffio, d’aria fatta moto dalle corde e dalle labbra.
Nove assemblee di versi, nove vaticini seminati nel mare da questo si sono alzati prendendo corpo di musica, incarnandosi in dieci canti avvolgenti ed ammalianti. Le croci e le memorie del Carso, presenti al cuore… nel cuore, la Vanità e la Nostalgia, il Silenzio e La Notte Bella mostrano la loro carne di linguaggio spogliata di ogni pelle o velo, trasfigurata in sonorità invisibile eppure percettibile, dolce carezza ai sensi che conduce tra i ricami della carta fatti dal pennino, per far sentire la musica che riposa nei coaguli di sangue e inchiostro, nelle parole.
Gli archi, orchestrati con sapienza da Matteo Buzzanca, tramutano le corde in grida, quelle sommesse delle crepe, dei fondi e dei fondali, delle ferite di guerra inflitte alla terra e all’anima. Nel legno degli strumenti risuonano onde d’acqua e luce, gli echi di giostre antiche, gli scricchiolii delle sedie, le tavole di pavimenti abitati da passi il cui peso nel tempo non è svanito. Il sensuale e dolente amore di Didone si fa coro, Tenero come il ricordo di Madeleine per Apollinaire. L’istante viene salvato dalla sua stessa crudeltà dall’amore. Sonorità e musica sostengono la parola, ma al contempo proprio da questa fioriscono rendendone udibile il cuore pulsante, il respiro, l’essenza viva, quell’essenza che resta luogo indecifrabile a cui tendere, innominabile mistero, segreto evocato dal poeta mai dicibile, eppure cantabile.
Da Il porto sepolto delle sconfitte e delle vittorie, dal luogo delle solitudini e delle passioni inghiottite da acque primigenie, si leva il canto invocato da Ungaretti che “intesse di cristallina eco del cuore le stelle”, il canto di una voce dell’anima che si è congiunta alla poesia perché la bellezza non cessasse di nascere.

Credits

Label: Santeria/Audioglobe 2002

Line-up: Andrea Chimenti (piano e voce) – Massimo Fantoni (chitarre) – Cristina Fattoretti (violino) – Elena Donadello (viola) – Giulia D’Elia (violoncello)

Tracklist:

  1. Vanità
  2. La Notte Bella
  3. Il Compleanno
  4. Nostalgia
  5. San Martino del Carso
  6. Cori Descrittivi di Stati d’Animo di Didone
  7. Vanità (reprime)
  8. Natale
  9. Da Ultimi Cori per la Terra Promessa
  10. Silenzio

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